Un nuovo sondaggio dell'Essie Justice Group sulla situazione dei detenuti ai tempi della pandemia, vista dalle donne con una persona cara in carcere

28 settembre 2020

 

Il nuovo documento pubblicato a settembre dell’Essie Justice Group, organizzazione no profit americana fondata da un gruppo di donne accomunate dal legame con persone detenute in carcere, espone con drammatica chiarezza le condizioni di vita dei soggetti reclusi durante la pandemia da COVID-19, denunciando così il clamoroso fallimento del sistema penitenziario statunitense nella protezione della salute dei detenuti.

Il documento recepisce ed elabora le testimonianze raccolte tra il 5 maggio e il 7 giugno u.s. da oltre 700 donne che, in quel periodo, avevano un familiare in carcere. Lo scopo principale del documento è quello di tracciare, in virtù delle testimonianze dei detenuti stessi e dei loro cari che vivono all’esterno del carcere, un quadro completo e più veritiero di quello descritto dai dati ufficiali in merito a come il sistema penitenziario americano stia effettivamente rispondendo alla pandemia in corso.

Lo scopo principale del documento è quello di tracciare, in virtù delle testimonianze dei detenuti stessi e dei loro cari che vivono all’esterno del carcere, un quadro completo e più veritiero di quello descritto dai dati ufficiali in merito a come il sistema penitenziario americano stia effettivamente rispondendo alla pandemia in corso

I principali elementi critici messi in luce dal rapporto sono:

la particolare vulnerabilità al virus delle persone detenute, di gran lunga superiore a quando lasciano intendere i dati diffusi dagli organismi governativi statunitensi. Molti detenuti, infatti, si trovano già in condizioni di fragilità a causa di svariate malattie croniche (che tendono a essere più diffuse in carcere che nell’ambito della popolazione generale) che li rendono perciò maggiormente soggetti a contrarre il virus in forma grave: in questo senso, oltre la metà delle intervistate (il 52%) dall’Essie Group ha riferito che le condizioni di salute del proprio caro erano tali da qualificarlo, secondo la valutazione Center for Disease Control, come soggetto “ad alto rischio” per gravi complicazioni da COVID-19;

– la gravissima carenza di misure sanitarie e di strumenti per l’igiene personale all’interno degli istituti; un problema, questo, che sussiste da ben prima dell’arrivo del COVID-19, e che il contesto pandemico non ha fatto che aggravare. Secondo il sondaggio, ad avviso di 93 donne su 100 il proprio familiare non avrebbe avuto accesso regolare a sapone e disinfettante per le mani, al fine di proteggersi dal virus. Molte hanno inoltre dichiarato di aver dovuto provvedere personalmente e a proprie spese a far avere ai familiari le forniture igieniche di base, rivolgendosi a fornitori privati;

anche ricevere cure mediche in carcere è estremamente difficoltoso. Circa il 70% dei detenuti legati alle intervistate non avrebbe infatti avuto accesso né alle visite mediche, né alle terapie psicologiche e psichiatriche, né ai farmaci necessari per il trattamento delle patologie di cui soffrivano. Non fa eccezione neppure l’insulina, che – secondo quanto emerge dal sondaggio – non sarebbe più stata somministrata ai detenuti diabetici durante la pandemia, per evitare possibili rischi di contagio per il personale sanitario operante in carcere;

l’isolamento. Le occasioni di relazione sociale tra detenuti avrebbero subito una drastica riduzione in epoca COVID-19, ha affermato il 50% delle intervistate.  Il 12% di loro, inoltre, ha dichiarato che, in quello stesso periodo, il proprio familiare era stato sottoposto a regime di isolamento assoluto, senza neppure la possibilità di comunicare telefonicamente con l’esterno.

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