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26 giugno 2020

Alla fine dello scorso maggio, è stato pubblicato da La nave di Teseo l’ultimo libro dell’economista Thomas Piketty, professore dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHEss) e dell’Ecole d’Economie de Paris, già autore di numerosi studi storici e teorici, tra cui il best seller mondiale Il capitale nel XXI secolo (Bompiani, 2016), di cui la presente opera costituisce il seguito.

In oltre 1.200 pagine, nel nuovo Capitale e ideologia l’autore ripercorre le tappe principali della storia globale della diseguaglianza economica e sociale, sforzandosi di comprenderne le ragioni e sulla base di una precisa convinzione: la diseguaglianza non trova origine nel sistema economico, ma nasce dalla politica e dall’ideologia. Ed è proprio questo che renderebbe possibile, per il futuro, intraprendere un’altra strada, improntata a valori diversi.

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Dall’introduzione del libro:

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Ogni società umana deve giustificare le sue disuguaglianze: è necessario trovarne le ragioni, perché in caso contrario è tutto l’edificio politico e sociale che rischia di crollare.

«Ogni epoca produce, quindi, un insieme di narrative e di ideologie contraddittorie finalizzate a legittimare la disuguaglianza, quale è o quale dovrebbe essere, e a descrivere le regole economiche, sociali e politiche che permettono di strutturare l’insieme. Da questo confronto, che è al tempo stesso intellettuale, istituzionale e politico, emergono in genere una o più narrative dominanti sulle quali si fondano i regimi basati sulla disuguaglianza in essere».

«Nelle società contemporanee, si tratta in particolare della narrativa proprietarista, imprenditoriale e meritocratica: la disuguaglianza moderna è giusta, perché è la conseguenza di un processo liberamente scelto nel quale ognuno ha le stesse opportunità […]. Il problema è che questa grande narrazione proprietarista e meritocratica […] è diventata sempre più fragile. Conduce infatti a contraddizioni che prendono forme molto diverse […]. Di fatto, a partire dagli anni ottanta-novanta del Novecento la crescita delle disuguaglianze  socioeconomiche si registra in quasi tutte le regioni del mondo. In alcuni casi il fenomeno è diventato così evidente che e ormai sempre più difficile giustificarlo in nome dell’interesse generale […]».

«La narrativa meritocratica e imprenditoriale sembra spesso un modo molto comodo, per i privilegiati del sistema economico attuale, di giustificare qualunque livello di disuguaglianza senza nemmeno doverlo analizzare, stigmatizzando allo stesso tempo chi soccombe per le sue mancanze: di merito, di capacita e di diligenza».

Questa colpevolizzazione dei più poveri non esisteva o, almeno, non era così esplicita nei precedenti regimi basati sulla disuguaglianza, che sottolineavano invece la complementarità funzionale dei diversi gruppi sociali

«Ogni società umana deve giustificare le sue disuguaglianze, e tali giustificazioni contengono sempre un misto di verità e di esagerazione, di fantasia e di miseria, di idealismo e di egoismo […]».

«La nuova narrazione dell’iperdisuguaglianza […] è in parte il prodotto della storia e del disastro comunista».

Ma è anche il frutto dell’ignoranza e della separazione dei saperi […]. È possibile concepire una narrativa più equilibrata […]; un nuovo orizzonte egualitario tendenzialmente universale, una nuova ideologia dell’uguaglianza, della proprietà sociale, dell’istruzione e della condivisione dei saperi e dei poteri […]

La disuguaglianza non è economica o tecnologica: è ideologica e politica […].

«II mercato e la concorrenza, il profitto e il salario, il capitale e il debito, i lavoratori qualificati e non qualificati, i soggetti nazionali e gli stranieri, i paradisi fiscali e la competitività non esistono in quanto tali. Sono categorie sociali e storiche che dipendono interamente dal sistema legale, fiscale, dell’istruzione e politico che si sceglie di istituire e dalle categorie che ne derivano».

«Scelte che rimandano prima di tutto alla concezione che ogni società si forma della giustizia sociale e dell’economia giusta, oltre che dei rapporti di forza politico-ideologici fra i diversi gruppi e fra le diverse narrazioni […]».

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