Il senso di solitudine altera la rappresentazione delle relazioni sociali del cervello

22 giugno 2020

 

La percezione di essere soli produce vere e proprie modifiche dell’attività cerebrale, osservabili tramite risonanza magnetica, che interessano le aree del cervello deputate alla rappresentazione di sé e degli altri: in particolare, il senso di solitudine indurrebbe le persone a percepire gli altri come del tutto scollegati dal proprio io, a differenza di quanto accade a coloro che si trovano inseriti all’interno di una rete sociale stabile e soddisfacente, per i quali la percezione di sé e quella degli altri rappresenterebbe, invece, un tutt’uno.

È quanto suggerisce un nuovo studio comparso su The Journal of Neuroscience, la prestigiosa rivista edita dalla Society for Neuroscience, a firma di due ricercatori statunitensi di psicologia e scienze del cervello.

«La connessione sociale è fondamentale per il benessere, ma il modo in cui il cervello riflette il nostro legame con le altre persone rimane in gran parte sconosciuto», scrivono gli autori

Per capire «se e come siano rappresentate, a livello cerebrale, le relazioni con gli altri», i ricercatori hanno sottoposto un campione di 43 volontari a risonanza magnetica funzionale, mentre chiedevano loro di concentrarsi sul pensiero di se stessi, dei loro affetti più cari, di semplici conoscenti e, infine, di alcuni personaggi famosi. A seconda di ciò a cui i partecipanti pensavano, i risultati del brain imaging hanno mostrato livelli differenti di attività nella porzione del cervello denominata corteccia mediale prefrontale (MPFC) deputata, tra l’altro, alla gestione delle informazioni riguardanti i rapporti sociali dell’individuo.

In particolare, mentre tra i coloro che si erano dichiarati poco inclini alla solitudine, gli scienziati hanno osservato una forte somiglianza tra l’attività cerebrale indotta dal pensiero di sé e quella derivante dal pensare ai rapporti più intimi, i risultati degli esami condotti sui soggetti più “solitari” hanno dato risultati profondamente diversi.

«Nei partecipanti meno connessi socialmente (cioè più soli) si è riscontrata un’alterazione del rapporto sé-altri rappresentato nelle aree cerebrali del cervello sociale. In particolare, nella zona della MPFC, la solitudine è parsa associata a una minore somiglianza rappresentativa tra sé e le altre persone»

Questi risultati, ipotizzano i ricercatori, potrebbero indicare che la percezione personale di «disconnessione sociale cronica possa essere rispecchiata da una correlativa rappresentazione neurale del sé» come soggetto, appunto, “più solitario”.

 

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Leggi qui l’articolo completo di A.L. Courtney e M.L. Meyer, Self-other representation in the social brain reflects social connection, in Journal of Neuroscience, 15 giugno 2020

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