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L'ultimo studio del Center for Science and Law (SciLaw) di David Eagleman

 

È recentemente apparso sulla prestigiosa rivista scientifica Frontiers in Psychology, un nuovo interessante studio realizzato dal gruppo di ricerca del Center for Science and Law (SciLaw) di Houston, diretto dal Prof. David Eagleman, neuroscienziato americano, docente dell’Università di Stanford[1].

Nello studio vengono resi noti i risultati in ordine all’efficacia di un nuovo strumento di valutazione dei rischi di recidiva, denominato NeuroCognitive Risk Assessment (NCRA). Lo strumento messo a punto dal team del SciLAw è rappresentato da un insieme di 7 diversi test di autovalutazione, della durata complessiva di 30 minuti e somministrati al soggetto a mezzo di un tablet, volti a misurare i tratti cognitivi e le caratteristiche decisionali – come tra cui l’impulsività, l’empatia, l’aggressività – maggiormente associati al rischio di recidiva. L’analisi dei punteggi ottenuti nei test viene condotta mediante sistemi di machine learning.

La ricerca ha coinvolto 730 soggetti sottoposti a libertà vigilata i quali, dopo la somministrazione del test, sono stati seguiti per oltre due anni – dal 2017 e il 2019 – per verificare eventuali condotte recidivanti.

I risultati della ricerca hanno mostrato un livello di affidabilità delle previsioni del tutto analogo a quelli dei più comuni sistemi di valutazione del rischio, basati sugli strumenti tradizionali dell’intervista o del self-reporting, ovvero sull’analisi dei precedenti penali.

Rispetto a questi approcci tradizionali, però, il NCRA porta con sé diversi vantaggi significativi, come l’eliminazione del carattere soggettivo del giudizio e dei bias connessi a specifiche categorie del reo (quali l’origine razziale, il livello di istruzione o l’occupazione, tutte variabili intenzionalmente escluse dal modello); inoltre, l’estrema semplicità del sistema NCRA e delle domande, che vengono formulate perlopiù attraverso immagini, con un uso minimo dei testi scritti, consente di superare le differenze linguistiche della popolazione carceraria rende il test facilmente fruibile anche da soggetti con bassa scolarizzazione.

Se questi primi risultati verranno confermati in futuro, è del tutto probabile – ed è quanto si auspicano gli autori dello studio – che il sistema di valutazione NCRA possa trovare applicazione in un numero sempre crescente di contesti, sia in fase processuale (in sede di determinazione della pena o di decisione in ordine alla libertà vigilata), sia a seguito della condanna (ad esempio, nella prospettiva del reinserimento sociale del reo dopo l’espiazione della pena).

 

Leggi qui l’intero articolo pubblicato su Frontiers in Psychology.

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[1] Per ulteriori informazioni sugli studi realizzati in questi anni dal team di SciLaw, si vedano i seguenti contributi pubblicati sulla Rivista DPU: F. Tomasello, Lo stato dell’Arte e della Scienza, 29 maggio 2019; I. Gittardi, Il database di casi giudiziari del Center for Science and Law, 19 giugno 2019.

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