Articolo di Mario Iannucci.

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Pordenone. Un uomo di trentatré anni, Giuseppe Forciniti, uccide a coltellate la compagna convivente pressoché coetanea, madre di due figli: uno di otto anni e l’altro di tre[1]. Un delitto terribile, che peserà sulla vita di tutti i superstiti, dei figli della donna in particolare.

Un Avvocato, Rosanna Rovere, indicato dall’omicida come suo difensore, lo va a trovare in Questura[2]. L’Avvocato si accorge che già conosce l’uomo e che proprio per questa pregressa conoscenza l’uomo l’ha individuata come difensore: «Nel 2017 [Giuseppe Forciniti] era infermiere nella Rsa di Roveredo in Piano dove era ricoverata mia mamma. Per lei era un mito, una splendida persona». Due mesi prima l’uomo aveva già contattato l’Avvocato Rovere, chiedendole un appuntamento, ma poi non si era presentato allo studio legale.

Nell’articolo pubblicato su La Stampa, l’Avvocato Rovere racconta che, in Questura, ha prima parlato «dell’accaduto» con il signor Forciniti e solo dopo gli ha detto che «non se la sentiva» di assisterlo, rifiutando perciò la nomina come difensore. L’Avvocato ha spiegato, nell’intervista rilasciata a La Stampa, il motivo di tale rifiuto:

«non posso assumere le difese di quest’uomo dopo una vita e una carriera spese a promuovere la tutela dei diritti delle donne».

Sempre dall’articolo apprendiamo che, per questa sua “spiegazione” del rifiuto, l’Avvocato Rovere ha ricevuto una quantità strabiliante di messaggi di “ringraziamento”.

Nel proseguo dell’intervista su La Stampa l’Avvocato Rovere ha poi aggiunto un curioso particolare della sua anamnesi professionale, che a mio parere potrebbe essere riguardato come assai più influente sulle ragioni del suo rifiuto.
Nel 1995 una donna, Gabriella Salvador, era stata uccisa dal marito che, a quanto pare, esercitava sulla moglie attività vessatorie. Il reato di atti persecutori, introdotto nel 2009 all’interno del codice penale con l’art. 612-bis, nel 1995 ancora non esisteva. C’erano quindi allora, nel 1995, molti meno strumenti di oggi per difendere Gabriella Salvador dagli atti persecutori del marito. Tuttavia Gabriella andò dall’avvocato Rovere che le disse: «Io ti difenderò». Racconta di aver fatto di tutto, l’Avvocato Rovere, per difendere la donna. Ma non riuscì nel suo intento. La donna venne uccisa e quella vicenda «segnò profondamente» il legale. Predisposta fin da bambina a «tutelare i diritti dei più deboli», dopo l’omicidio di Gabriella Salvador l’Avvocato Rovere pare avere dedicato non poche energie, più che opportunamente, alla difesa delle donne.

È allora opportuno chiedersi:

l’essersi dedicati alla difesa dei diritti dei più deboli, delle donne in particolare come soggetti più fragili ed esposti a certi tipi di violenze, è una ragione sufficiente perché un avvocato rifiuti la difesa di un omicida che ripone fiducia in lei?

Posso dire con sicurezza che, a me, questa non pare né una buona ragione, né tantomeno una ragione sufficiente.

Se l’Avvocato Rovere avesse rifiutato la difesa di Giuseppe Forciniti per delle ottime ragioni personali, magari anche legate al caso di Gabriella Salvador che ella, purtroppo, non era riuscita a difendere, nessuno avrebbe potuto disapprovarla. Ma dichiarare pubblicamente, sulla grande stampa, che rifiuta la difesa di Giuseppe Forciniti, dopo avere parlato con lui «dell’accaduto», perché lei è una paladina dei «diritti dei più deboli», non è cosa che possa trovare la mia approvazione.

Solo nel mese di agosto di quest’anno, in Sicilia, secondo i dati di cui dispongo si sono suicidate almeno tre persone: nel carcere Pagliarelli di Palermo, il 13 agosto, si è tolto la vita Emanuele Riggio, accusato di «stalking e maltrattamenti»; il 18 agosto si è suicidato Giuseppe Randazzo nel carcere di Caltagirone, dove era detenuto per l’omicidio della moglie Catya; pochi giorni dopo, il 21 agosto, sempre al Pagliarelli si è suicidato Roberto Faraci, anche lui accusato di «violenza domestica»[3].

Ci sono forse reati più odiosi di altri (almeno i detenuti lo ritengono fermamente, come peraltro fa la gente qualunque). Taluni pensano di essere nel giusto ritenendo che i colpevoli di certi reati meritino addirittura la rupe Tarpea e, badate bene, anche fra i più miti non vi è chi non scelga tale soluzione per i reati che toccano più da vicino. Verosimilmente, anche molti di coloro che si sono congratulati con l’Avvocato Rovere per il suo rifiuto di difendere Giuseppe Forciniti, la pensano allo stesso modo. C’è anche da temere che siano gli stessi che si indignano per le esecuzioni capitali così diffuse in molti Paesi, più o meno “civili”.

Mi sono occupato per decenni della terapia psicologica di quei “falsi forti” che agiscono la loro profondissima sofferenza con azioni aggressive nei confronti dei più deboli. Certo: l’ho fatto quando questi soggetti hanno manifestato almeno un barlume di consapevolezza della loro immensa fragilità. L’ho fatto cercando di sollevarli da sensi di colpa talora profondissimi e, in qualche caso, potenzialmente letali.

Come psichiatra psicoanalista mi sono occupato per molto tempo, in carcere, di una sezione “protetta” che ospitava detenuti accusati di o condannati per violenze sessuali più o meno gravi. Reati che, come sappiamo, vengono esecrati/condannati/puniti persino dai detenuti “comuni”. Rammento che una educatrice penitenziaria, diversi anni or sono, dichiarò che a lei non sarebbe proprio stato possibile occuparsi del trattamento di uno dei detenuti di quella sezione “protetta”. Tutti noi, a partire dal Direttore del carcere, fummo assai comprensivi nei confronti di quella sua “impossibilità” e sempre la rispettammo. Di tale impossibilità, però, l’educatrice non fece mai parola pubblicamente e non se ne vantò. E dire che avrebbe potuto invece guadagnarsi facili plausi, persino da parte di quasi tutti i colpevoli di “omicidi comuni”.

 

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[1] Per la cronaca del fatto si veda, ad esempio, l’articolo Femminicidio: arrestato il compagno della donna uccisa nella notte, in UdineToday, 26 novembre 2020.

[2] Si veda, in proposito, l’articolo di E. Lisetto, Uccide la moglie a coltellate. Il legale: “Non ti difendo, sto dalla parte delle donne”, in La Stampa, 27 novembre 2020, ripreso anche da Ristretti Orizzonti.

[3] Per i tre suicidi si vedano M. La Barbera, Pagliarelli, un detenuto si è suicidato. Era in carcere con l’accusa di violenza domestica, in Palermo Live, 12 Agosto 2020; Catania, suicida in carcere l’uomo accusato di aver ucciso la moglie, in La Repubblica, 17 agosto 2020; R. Campolo, Carcere Pagliarelli, detenuto arrivato da pochi giorni trovato impiccato in cella, in Palermotoday, 20 agosto 2020.

 

Un commento

  1. Se un avvocato viene nominato di fiducia, ma non si sente di sostenere una difesa, rinuncia all’incarico qualsiasi siano le ragioni. Il problema, semmai, è rendere pubbliche quelle ragioni che, a mio avviso, avrebbero dovuto rimanere confinate nel segreto del rapporto professionale con l’assistito.

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