Scriveva, nel 2012, il filosofo, saggista e neuroscienziato statunitense Sam Harris[1]:

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«Dalla fede nel libero arbitrio derivano sia la nozione religiosa di “peccato” sia la nostra dedizione nei confronti della giustizia retributiva. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha definito il libero arbitrio un fondamento “universale e permanente” del nostro sistema giuridico […].

Ogni eventuale evoluzione di pensiero capace di mettere in dubbio il libero arbitrio sembra mettere in dubbio anche l’etica del punire le persone per la loro cattiva condotta.

La preoccupazione più grande, com’è ovvio, è che una disamina onesta delle cause alla base del comportamento umano parrebbe non lasciare alcuno spazio alla responsabilità morale. Se considerassimo le persone come dei fenomeni meteorologici neuronali, come potremmo coerentemente parlare di giusto e sbagliato o di bene e male?

Ogni eventuale evoluzione di pensiero capace di mettere in dubbio il libero arbitrio sembra mettere in dubbio anche l’etica del punire le persone per la loro cattiva condotta

Queste nozioni sembrano presupporre il fatto che le persone siano libere di decidere come pensare e come agire. E se continuiamo a voler vedere le persone come persone, occorre trovare un’altra nozione di responsabilità personale, coerente con i fatti.

Fortunatamente, questa nozione esiste […].

Non abbiamo bisogno di convincerci dell’esistenza di piccoli agenti causali che abitano la mente umana, per renderci conto che alcune persone sono pericolose […].

Alcuni criminali devono essere ristretti in carcere per prevenire che possano danneggiare altre persone. La giustificazione morale di questo dato è abbastanza lineare: tutti gli altri, in questo modo, vivranno meglio. Abbandonare l’illusione del libero arbitrio ci consente di concentrarci su quel che realmente contavalutare i rischi, proteggere gli innocenti, scoraggiare il crimine, ecc.

Alcuni criminali devono essere ristretti in carcere per prevenire che possano danneggiare altre persone. La giustificazione morale di questo dato è abbastanza lineare: tutti gli altri, in questo modo, vivranno meglio

Tuttavia, alcune convinzioni morali iniziano ad allentarsi nel momento in cui cominciamo a considerare una prospettiva più ampia di causalità. Nel momento in cui ammettiamo che anche i più feroci predatori sono, in un senso molto concreto, sfortunati per essere ciò che sono, il paradigma dell’odio (al contrario della paura) inizia a sfaldarsi.

Ancora una volta, anche se crediamo che ogni essere umano abbia un’anima immortale, il quadro non cambia: chiunque sia nato con un’anima da psicopatico è una persona profondamente sfortunata […].

Nel momento in cui ammettiamo che anche i più feroci predatori sono, in un senso molto concreto, sfortunati per essere ciò che sono, il paradigma dell’odio (al contrario della paura) inizia a sfaldarsi

Gli uomini e le donne che si trovano nel braccio della morte portano con sé una combinazione di pessimi geni, pessimi genitori, pessimi ambienti, e pessime idee (e gli innocenti, certamente, hanno avuto una pessima sorte). Per quali di queste qualità, esattamente, erano responsabili?

Nessun essere umano è responsabile per i propri geni o la propria educazione, eppure abbiamo tutte le ragioni di credere che quei fattori determinino il suo carattere.

Il nostro sistema di giustizia dovrebbe rispecchiare la consapevolezza che ognuno di noi avrebbe potuto trovarsi a vivere con carte del tutto diverse da quelle che in mano. Credo infatti che sia immorale non ammettere, semplicemente, quanto la fortuna sia coinvolta nella moralità stessa […]

Il nostro sistema di giustizia dovrebbe rispecchiare la consapevolezza che ognuno di noi avrebbe potuto trovarsi a vivere con carte del tutto diverse da quelle che in mano. Credo infatti che sia immorale non ammettere, semplicemente, quanto la fortuna sia coinvolta nella moralità stessa

Il fatto di vedere gli esseri umani come un fenomeno naturale non necessariamente deve mettere in crisi il nostro sistema di giustizia. Se potessimo incarcerare terremoti ed uragani per i loro crimini, costruiremmo prigioni anche per loro.

Combattiamo contro epidemie – e talvolta contro le bestie feroci – senza attribuire il loro libero arbitrio. Abbiamo senza dubbio la possibilità di rispondere in modo intelligente alla minaccia posta dalle persone pericolose senza mentire a noi stessi riguardo alle origini profonde del comportamento umano […].

Magari è vero che una punizione severa – più del semplice isolamento o della riabilitazione – è necessaria per prevenire alcuni crimini. Ma punire le persone per ragioni puramente pragmatiche sarebbe cosa molto diversa da ciò che facciamo oggi».

Abbiamo senza dubbio la possibilità di rispondere in modo intelligente alla minaccia posta dalle persone pericolose senza mentire a noi stessi […]. Punire le persone per ragioni puramente pragmatiche sarebbe cosa molto diversa da ciò che facciamo oggi

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[*] La frase è tratta da S. Harris, Free Will, Simon and Schuster, 2012, p. 38 («You can do what you decide to dobut you cannot decide what you will decide to do»).

[1] Il testo è la nostra traduzione di un estratto dal capitolo 6, intitolato Moral Responsibility, del libro di pp. 49 ss. («The belief in free will has given us both the religious conception of “sin” and our commitment to retributive justice. The U.S. Supreme Court has called free will a “universal and persistent” foundation for our system of law […]. Any intellectual developments that threatened free will would seem to put the ethics of punishing people for their bad behavior in question. The great worry, of course, is that an honest discussion of the underlying causes of human behavior appears to leave no room for moral responsibility. If we view people as neuronal weather patterns, how can we coherently speak about right and wrong or good and evil? These notions seem to depend upon people being able to freely choose how to think and act. And if we remain committed to seeing people as people, we must find some notion of personal responsibility that fits the facts. Happily, we can. […] We need not have any illusions that a causal agent lives within the human mind to recognize that certain people are dangerous […].Certain criminals must be incarcerated to prevent them from harming other people. The moral justification for this is entirely straightforward: Everyone else will be better off this way. Dispensing with the illusion of free will allows us to focus on the things that matter – assessing risk, protecting innocent people, deterring crime, etc. However, certain moral intuitions begin to relax the moment we take a wider picture of causality into account. Once we recognize that even the most terrifying predators are, in a very real sense, unlucky to be who they are, the logic of hating (as opposed to fearing) them begins to unravel. Once again, even if you believe that every human being harbors an immortal soul, the picture does not change: Anyone born with the soul of a psychopath has been profoundly unlucky […].The men and women on death row have some combination of bad genes, bad parents, bad environments, and bad ideas (and the innocent, of course, have supremely bad luck). Which of these quantities, exactly, were they responsible for? No human being is responsible for his genes or his upbringing, yet we have every reason to believe that these factors determine his character. Our system of justice should reflect an understanding that any of us could have been dealt a very different hand in life. In fact, it seems immoral not to recognize just how much luck is involved in morality itself […].Viewing human beings as natural phenomena need not damage our system of criminal justice. If we could incarcerate earthquakes and hurricanes for their crimes, we would build prisons for them as well. We fight emerging epidemics – and even the occasional wild animal – without attributing free will to them. Clearly, we can respond intelligently to the threat posed by dangerous people without lying to ourselves about the ultimate origins of human behavior […]. It may be true that strict punishment – rather than mere containment or rehabilitation – is necessary to prevent certain crimes. But punishing people purely for pragmatic reasons would be very different from the approach that we currently take»).

Un commento

  1. La rielaborazione della nozione della ‘capacità di volere’ ed il necessario recupero e sviluppo delle acquisizioni della antropologia criminale, con l’ausilio delle neuroscienze, e la conseguente rimeditazione del principio stesso di colpevolezza, prima ancora della categoria della non imputabilità per vizio di mente, rappresentano la attuale frontiera del diritto penale, dove il reo ‘non agit sed agitur’. Non è più in discussione la potestà puntitiva soltanto dello stato, ma il suo stesso fondamento, che postula la libera adesione ai suoi precetti.

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