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Storie di quarantena in carcere – "Life inside", The Marshall Project

Life inside” è il nome della rubrica settimanale curata dall’organizzazione statunitense no profit The Marshall Project che, dal 2014, raccoglie e pubblica articoli, storie e testimonianze dirette di coloro che vivono e operano all’interno sul sistema di amministrazione penale, per raccontare in prima persona i principali fatti e i problemi che si trovano al centro del dibattito sulla giustizia penale.

Tra le testimonianze più recenti, colpiscono in particolare le parole di Corey Devon Arthur, scrittore e artista, recluso in carcere dall’età di 20 anni con l’accusa di rapina e omicidio.

Nel suo breve articolo intitolato I Hate My Prison Dorm So Much, I Enjoyed COVID-19 Quarantine in the Box, Devon Arthur ci invita a riflettere sul tema della quarantena e dell’isolamento sociale dal punto di vista del detenuto, mettendo in luce alcune sensazioni e verità drammatiche, pane quotidiano di molti detenuti, ma tendenzialmente ignote a chi non ha mai fatto esperienza di carcere e di reclusione.

«Condivido il mio dormitorio con altri trenta uomini. A separarci gli uni dagli altri, solo alcuni scaffalature lunghe quattro piedi […]. Anche la mia sicurezza personale è compromessa. Come posso dormire con un gruppo di assassini, ladri, stupratori e tossicodipendenti che hanno libero accesso al mio corpo? Devo essere completamente vestito in ogni momento […].

Uno che lavorava con me nella biblioteca generale del Fishkill Correctional Facility è risultato positivo al COVID-19. Di conseguenza, dovevo essere posto in quarantena e sotto osservazione per un minimo di 14 giorni […].

Come posso dormire con un gruppo di assassini, ladri, stupratori e tossicodipendenti che hanno libero accesso al mio corpo? Devo essere completamente vestito in ogni momento

Molto tempo fa, quando ero giovane, ho letto “Papillon”, un libro che racconta di un prigioniero sull’Isola del Diavolo negli anni ’40 […]. Una delle cose che egli faceva era di camminare all’interno della sua cella. Non importa quanto fosse piccolo lo spazio; continuava a muoversi. Come un animale selvatico, sorvegliava e marcava il suo territorio.

La cella in cui sono stato posto in quarantena misurava cinque passi […]. Era la migliore cella che io o Papillon avessimo mai avuto. Per lo stesso motivo, è stata anche la peggiore. Quella cella è stata progettata per negarmi l’accesso al mondo esterno, salvo in caso di emergenza medica. Non c’era alcun motivo perché un altro essere umano dovesse entrarvi. Né i miei carcerieri né io volevamo diversamente […].

Nella cella, io sono Io, sono Signore e Maestro. Nella cella sono al sicuro. Sono a casa.

A persone come voi, questo sembra folle. Ma, per favore, non giudicatemi se indugio in questi semplici e disumani piaceri. Se devo rimanere in carcere per il resto della mia vita, vorrei davvero restare in cella. Per uno come me, c’è davvero poco di vero, all’infuori di questo.

Nella cella, io sono Io, sono Signore e Maestro. Nella cella sono al sicuro. Sono a casa. A persone come voi, questo sembra folle. Ma, per favore, non giudicatemi se indugio in questi semplici e disumani piaceri

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