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Le richieste degli esperti (e il silenzio dell’Italia)

All’indomani degli scandali connessi alla maxi-inchiesta giornalistica Fincen Files – che è già stata oggetto di attenzione, sia sul blog[1], sia sulla rivista DPU[2] –, dalla quale è emersa l’esistenza di un fenomeno globale di trasferimenti apparentemente illeciti di ingenti somme di denaro (oltre due miliardi di dollari), da parte dei maggiori colossi bancari mondiali, gran parte del mondo politico, finanziario e giuridico si è mosso, come spiegano i giornalisti dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ)[3].

In molti dei paesi coinvolti nello scandalo, infatti, numerosi esponenti della politica, esperti del settore finanziario e legale, intervistati da ICIJ, hanno sottolineato con forza la necessità di una riforma urgente e radicale dei sistemi di controllo sulla regolarità delle operazioni bancarie. Un’istanza alla quale ha aderito lo stesso Fincen (Financial Crimes Enforcement Network), l’agenzia statunitense che ha raccolto le segnalazioni d’illecito dalle quali ha preso avvio l’inchiesta Fincen Files.

Per contro, non ci risulta che qualcuno, in Italia, a qualunque livello, abbia ad oggi ritenuto di prendere posizione su quanto emerso dall’inchiesta, di commentarne gli esiti, di ipotizzare le cause del fenomeno o di proporre possibili soluzioni.

Perché?

A mente questa domanda, riportiamo di seguito i suggerimenti raccolti da ICIJ a seguito delle interviste degli esperti: sei, in particolare, sono principali punti individuati, sui quali dovrebbero concentrarsi gli sforzi in occasione dei prossimi interventi di riforma:

 

1. Porre fine al principio del “too big to jail” (“troppo grandi per finire in carcere”) con riferimento alle banche e ai dirigenti di banca[4]

Occorre, in primo luogo, una riforma del sistema sanzionatorio per consentire che anche i vertici delle grandi banche possano finire in carcere in caso di condotta illecita. Cosa che, ad oggi, non avviene, stante la possibilità, in capo alle banche indagate per presunte condotte di riciclaggio di denaro, di ricorrere ai cd. deferred prosecution agreements (DPA), un accordo con il pubblico ministero che comporta, dapprima, la sospensione dell’esercizio dell’azione penale e, poi, l’inapplicabilità delle sanzioni, laddove la banca adempia a una serie di prescrizioni dettagliate nel DPA stesso.

I DPA, «più che una reale punizione, sono diventati il ​​costo da sostenere per poter fare affari», ha affermato l’ex giudice distrettuale Jed Rakoff, secondo il quale l’unica strada possibile è quella di perseguire seriamente i responsabili dell’illecito «ho fatto l’avvocato penalista per 15 anni, occupandomi principalmente di difendere i colletti bianchi, e l’unica cosa che ha mai spaventato i miei clienti era il carcere».

 

2. Rafforzare i criteri per la segnalazione delle transazioni sospette

Le segnalazioni di attività sospette (SAR) che le banche sono tenute a tramettere alle autorità di regolamentazione, spesso mancano di alcune informazioni cruciali, necessarie a risalire agli autori materiali del trasferimento di denaro, e queste mancanze sono l’esatta misura dell’ignoranza in capo ai responsabili della compliance. Questi ultimi, infatti, hanno spiegato a ICIJ che molto spesso non possono di fatto svolgere il proprio lavoro, a causa di una grave carenza di informazioni. Dati che non vengono forniti, domande costantemente ignorate o, comunque, risposte che arrivano troppo tardi, quando ormai il denaro è già stato mobilitato.

«I responsabili della compliance sperimentano una grande frustrazione quando si tratta di avanzare richieste di informazioni all’interno della propria organizzazione» ha spiegato Ross Delston, avvocato di Washington, esperto in sistemi antiriciclaggio. La soluzione? Imporre alle banche di conservare tutte le informazioni sui propri clienti all’interno di un database a completa disposizione dei funzionari addetti ai controlli, che in tal modo non avrebbero più necessità di rivolgersi altrove per ottenere le informazioni di cui hanno bisogno.

 

3. Rafforzare i poteri dei responsabili della compliance in ambito bancario

Spesso, la mera segnalazione d’illecito non basta a impedire che le somme vengano trasferite.

«Perché stiamo inviando una SAR?» ricorda di essersi chiesto spesso Alexis Grullon, ex responsabile della compliance all’inetrno di HSBC «Il conto è aperto, in realtà non si stiamo facendo nulla», ha detto ai giornalisti del Consorzio.

I poteri di coloro che si occupano dei controlli dovrebbero essere rafforzati, così da consentire un intervento immediato sul conto corrente sospetto, ha chiarito sul punto Rick McDonell, direttore esecutivo dell’Association of Certified Anti-Money Laundering Specialists (ACAMS).

 

4. Porre fine ai paradisi fiscali negli USA

Occorre inoltre porre fine alla fin troppo facile possibilità di creare società di comodo anonime: esse, infatti, «rendono praticamente impossibile risalire all’identità degli autori degli illeciti», ha spiegato Linda A. Lacewell, sovrintendente presso il New York State Department of Financial Services.

Negli Stati Uniti, sono già state presentate dinanzi al Congresso proposte di legge in tal senso – come quella promossa, tra gli altri, dal senatore dell’Ohio Sherrod Brown, intervistato da ICIJ – finalizzate a obbligare le società statunitensi a rivelare a FinCEN il nominativo dei propri legali rappresentanti.

 

5. Porre fine alla grande “scappatoia” della segretezza del Regno Unito

Il Regno Unito è un focolaio di riciclaggio di denaro, scrivono i giornalisti del Consorzio, che parlano di oltre 90 miliardi di dollari oggetto di riciclaggio, ogni anno, nella città di Londra.

Il problema  principale, secondo gli esperti, è dato dall’ampio ricorso a società LLP (Limited Liability Partnership) in tutta l’Inghilterra e nel Galles, specie da parte di soggetti legati al mondo della criminalità organizzata e del terrorismo.

Il primo passo per fermare i trasferimenti illeciti di denaro, allora, afferma Graham Barrow, esperto di antiriciclaggio, è quello di prevedere un radicale cambiamento nel sistema attualmente vigente nel Regno Unito, al fine di contrastare il più possibile la tendenza all’impiego massiccio di società di comodo.

 

6. L’Europa conta 27 approcci diversi alla lotta alla criminalità finanziaria. È ora che il continente unisca le forze

I numerosi scandali finanziari che hanno interessato negli ultimi anni gli Stati dell’Unione Europea hanno indotto la Commissione europea a imporre controlli antiriciclaggio più rigorosi. Tuttavia, la risposta delle diverse nazioni è stata tutt’altro che omogenea.

Pertanto, numerosi esponenti politici chiedono oggi a gran voce l’introduzione di regole uniformi, unitamente a un meccanismo di supervisione più serrato, tramite la costituzione di una nuova agenzia europea ovvero assicurando più ampi poteri all’organismo di controllo già esistente, l’Autorità bancaria europea.

«Il sistema antiriciclaggio attuale (Anti-Money Laundering – AML) semplicemente non funziona», ha affermato Eero Heinäluoma, europarlamentare finlandese. «È un formaggio svizzero, pieno di buchi».

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Leggi l’intero articolo di ICIJ, 6 money laundering reforms that experts say need to happen right now.

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[1] Fincen Files: i numeri della maxi-inchiesta, 9 ottobre 2020; Abusi fiscali, riciclaggio di denaro e corruzione: le piaghe della finanza globale, 30 settembre 2020.

[2] V. S. Arcieri, R. Bianchetti, «Abbiamo due sistemi di applicazione della legge e della giustizia nel paese», 30 settembre 2020.

[3] Cfr. B. Hallman, S. Woodman, W. Fitzgibbon, K. Kehoe, 6 money laundering reforms that experts say need to happen right now, 19 ottobre 2020.

[4] Il tema è stato oggetto di un recente approfondimento sulla Rivista DPU: cfr.  S. Arcieri, Reati finanziari e responsabilità dei vertici di banca (ovvero: quando le dimensioni contano), 7 ottobre 2020.

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