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Articolo di Fabio Cembrani, Direttore U.O. Medicina legale, Azienda provinciale per i Servizi sanitari di Trento.

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In queste settimane il mondo scientifico è animato da un profondo dubbio: l’infezione da COVID-19 è solo una pandemia, come ha (tardivamente) riconosciuto l’Organizzazione mondiale della sanità, o si tratta, invece, di una drammatica sindemia planetaria? L’interrogativo è legittimo e non si tratta di una sola questione semantica riguardante l’élite degli addetti ai lavori, richiedendo una presa di posizione utile a far riflettere l’opinione pubblica.

Il significato del termine pandemia è pacifico (dal greco pandemos, cioè che riguarda tutta la popolazione): si tratta di un’epidemia (nel caso del COVID-19 a genesi infettiva) con tendenza a diffondersi ovunque colpendo territori e continenti diversi. Controverso è, invece, il significato della parola sindemia (dall’inglese synergy e epidemic) che è un neologismo usato per caratterizzare l’aggregazione di due o più epidemie concomitanti o sequenziali o gruppi di malattie in una popolazione con interazioni biologiche che aggravano la curva prognostica delle malattie stesse[1]: in altre parole, più semplicemente la diffusione parallela di due o più fenomeni con impatto negativo sulla salute della popolazione. Da non confondere con la comorbilità, che indica la coesistenza di più patologie nella stessa persona, la sindemia, o per meglio dire la ricerca sindemica, indaga la concorrenza di epidemie che potenziano ed incrementano sinergicamente le virulenze dei diversi fattori causali.

Il fenomeno è noto e conosciuto da anni (si pensi, ad esempio, alla sinergia letale tra lo stato di malnutrizione e la mortalità per infezioni o, ancora, alla sinergia tra il virus dell’influenza e lo pneumococco che causa un eccesso di mortalità per polmonite batterica durante le epidemie influenzale), ma il termine sindemia è entrato solo di recente nel vocabolario scientifico, essendo stato coniato negli anni ’90 da Merrill Singer[2], un medico antropologo americano, per caratterizzare le interazioni biologiche e sociali che devono essere considerate in tutte le politiche sanitarie serie e responsabili.

Richard Horton, in un lavoro recentissimo comparso sulla prestigiosa rivista The Lancet il 26 settembre 2020 dal titolo Covid-19 is not a pandemic ha rilanciato questa idea evidenziando come, purtroppo, le scelte governative adottate per contrastare la diffusione del nuovo Coronavirus umano siano state guidate da specialisti in modelli di malattie infettive ed epidemiche che hanno però banalizzato l’emergenza sanitaria, riconducendola al modello delle pestilenze secolari[3].

Richard Horton […] ha rilanciato questa idea evidenziando come, purtroppo, le scelte governative adottate per contrastare la diffusione del nuovo Coronavirus umano siano state guidate da specialisti in modelli di malattie infettive ed epidemiche che hanno però banalizzato l’emergenza sanitaria

Questo secondo un approccio di tipo sostanzialmente biomedico, concentrato ad interrompere la trasmissione del virus, controllandone la diffusione senza considerare che la sindrome respiratoria acuta da SARS-CoV-2 colpisce prevalentemente gli anziani affetti da patologie croniche non trasmissibili e le fasce della popolazione più vulnerabile, emarginata, sottopagata e scarsamente controllata sul piano sanitario (in Italia le badanti, gli operai stagionali e gli addetti a particolari tipi di mansione come quella della lavorazione delle carni), come confermano i dati statistici dell’Istituto superiore di sanità[4].

Le ricadute di ciò paiono evidenti. L’affrontare seriamente il COVID-19 impone di adottare politiche sanitarie più articolate e strutturate rispetto a quelle poste in essere fino ad ora che devono agire sulle diseguaglianze, sulle disparità economiche, sulla fragilità e sulle patologie croniche che affliggono oltre 8 milioni di persone nel nostro Paese.

L’affrontare seriamente il COVID-19 impone di adottare politiche sanitarie più articolate e strutturate rispetto a quelle poste in essere fino ad ora che devono agire sulle diseguaglianze, sulle disparità economiche, sulla fragilità e sulle patologie croniche che affliggono oltre 8 milioni di persone nel nostro Paese

Se non lo faremo non serviranno né il vaccino né le terapie che speriamo possano essere scoperte. Certo, esse saranno utili, ma non risolveranno la natura epidemico-sinergica del COVID-19 che deve essere affrontata senza perdere di vista i nessi tra la solidarietà e la dignità umana nel senso che il sacrificio della prima si converte immediatamente in violazioni della seconda. Come del resto richiede la nostra stessa Carta costituzionale, che definisce i caratteri della solidarietà (art. 2) indicando le sue connessioni con gli altri principi informatori della democrazia di cui essa inscindibilmente fa parte.

Nella dimensione costituzionale la solidarietà non è, infatti, una nozione astratta, ma è un insieme di doveri inderogabili declinati in riferimento alla sfera politica, a quella economica ed al legame sociale: una clausola generale di ampiezza cosmopolita che ci invita ad abbandonare l’individualismo egoico della post-modernità per passare all’azione solidale da costruire attraverso l’impegno comune per contrastare le disuguaglianze sociali e lasciare in eredità alle generazioni future la nostra stessa umanità.

Combattere realmente il COVID-19 significa, allora, allargare l’orizzonte degli interventi sanitari oggi focalizzati sull’esecuzione dei tamponi e sull’isolamento delle persone infettate, azionando la leva della solidarietà e dandole non solo legittimazione, ma anche forza e coerenza, perché la solidarietà non può essere relegata alla sola sfera morale del singolo individuo.

Nella dimensione costituzionale la solidarietà non è, infatti, una nozione astratta, ma è un insieme di doveri inderogabili declinati in riferimento alla sfera politica, a quella economica ed al legame sociale: una clausola generale di ampiezza cosmopolita che ci invita ad abbandonare l’individualismo egoico della post-modernità per passare all’azione solidale

Poco si è però fatto in tal senso per sviluppare quella che è purtroppo divenuta un’utopia della globalizzazione: un’utopia però non solo razionale, ma soprattutto necessaria[5] a far sopravvivere l’umano, generando speranza per le generazioni più fragili e per quelle future, e ricordando che sono proprio le prime ad aver pagato lo scotto maggiore della sindemia da COVID-19.

Gli anziani e le persone fragili sono infatti soggetti particolarmente vulnerabili, sebbene siano risultati, sul piano dei comportamenti individuali – come conferma l’attuale andamento della curva epidemica – più virtuosi rispetto alle generazioni più giovani, e pur essendo stati oggetto di numerosi stigmi e di restrizioni particolarmente forzate. Le quali, peraltro, hanno sicuramente inciso sul loro stato di salute complessivo, essendo oramai noti, sul piano scientifico, gli effetti patogeni della solitudine e dell’isolamento sociale (che, come hanno dimostrato i coniugi Cacioppo[6] e Vivek Murthy[7], sono associati a una riduzione della speranza di vita rappresentando un fattore di rischio simile all’aver fumato 15 sigarette al giorno per 40 anni ed un fattore di rischio addirittura maggiore rispetto all’obesità, incrementando del 26% il rischio di mortalità prematura).

Gli anziani e le persone fragili sono infatti soggetti particolarmente vulnerabili, sebbene siano risultati, sul piano dei comportamenti individuali – come conferma l’attuale andamento della curva epidemica – più virtuosi rispetto alle generazioni più giovani, e pur essendo stati oggetto di numerosi stigmi e di restrizioni particolarmente forzate

Va inoltre tenuto presente che il forzato lockdown imposto (soprattutto) alle persone più fragili, e agli anziani in particolare, per contenere la diffusione dell’infezione, ha sicuramente alimentato – accanto al generale stato di paura e senso di colpa di essere potenziale vittima o causa di trasmissione del virus – la discrepanza soggettiva tra la situazione sociale effettiva e quella desiderata, il senso di vulnerabilità auto-percepita, i disturbi acuti e cronici da stress, oltre ad una maggior propensione a vivere stati d’ansia e di insonnia anche nei giorni immediatamente successivi alla fine del forzato isolamento[8].

Ciò a conferma del fatto che le persone più fragili (i disabili), quelle più vulnerabili e gli anziani non possono essere confinati e che la loro protezione richiede specifici interventi per ridurre le disuguaglianze e per metterle in protezione.

Queste persone meritano attenzione e protezione da parte delle istituzioni, che non possono operare – come hanno fatto – solo attraverso le sanzioni, per quanto necessarie esse siano. Infatti, l’agire comportamenti responsabili per proteggere soprattutto le fasce più fragili e vulnerabili della nostra popolazione rappresenta, oltre che un impegno morale, un dovere costituzionale (e non solo manifestazione di magnanimità o di benevolenza), che prefigura una evoluzione del modo di interpretare il diritto/dovere di cittadinanza rendendo ciascuno di noi responsabile, aperto verso la società, pubblicamente impegnato ed attento agli interessi intra ed inter-generazionali.

Il nostro preciso dovere di cittadini è dunque quello di responsabilizzare le nostre azioni ed i nostri comportamenti nell’interesse non solo personale ma anche di quello delle persone più fragili ed anziane che appellano le nostre personali coscienze ed il ruolo delle istituzioni; senza stigmi, perché soprattutto gli anziani non siano nuovamente posizionati nella purtroppo folta schiera degli umiliati ed offesi[9].

Umiliati perché gli anziani si sono spesso trovati ai margini degli interventi di sanità pubblica, come nelle case di riposo e negli ospedali; offesi perché sono stati percepiti dei costi economici eccessivi per il sistema socio-sanitario, al punto da essere considerate persone poco degne, addirittura discriminate nell’accesso alle cure rianimatorie salvavita da alcuni sconsiderati documenti (quale quello della SIAARTI[10]) che, rispolverando un neonato discutibilissimo paternalismo medico, riducono la vita alla sola quantità (o alla speranza di sopravvivere).

Umiliati perché gli anziani si sono spesso trovati ai margini degli interventi di sanità pubblica, come nelle case di riposo e negli ospedali; offesi perché sono stati percepiti dei costi economici eccessivi per il sistema socio-sanitario

Del resto, la dignità è una faccenda davvero seria e la vita è un bene prezioso che non può soggiacere a quella cultura dello scarto più volte censurata da Papa Francesco che alimenta le disuguaglianze e la fragilità.

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[1] G. Collecchia, Il modello sindemico in medicina, in Recenti Progressi in Medicina, 220, 2019, pp. 271 ss.

[2] M. Singer, Syndemic and the biosocial conception of health, in The Lancet, 4, 2017, pp. 941 ss.

[3] R. Horton, COVID-19 is not a pandemic, in The Lancet, Vol. 396, Issue 10255, 2020, p. 874.

[4] Istituto superiore di sanità, Dati della sorveglianza integrata COVID-19 in Italia, in Epicentro.iss.it (ultimo accesso 5 ottobre 2020).

[5] S. Rodotà, Solidarietà. Un’utopia necessaria, Laterza, 2016.

[6] J.T. Cacioppo, S. Cacioppo, Social relationships and health: the toxic effect of perceived social isolation, in Social and Personality Psychology Compass, 8, 2014, pp. 58 ss.

[7] V. Murty, Work and the loneliness epidemic, in Harvard Business Review, 2017.

[8]  A, Kall et al., A Common Elements Approach to the Development of a Modular Cognitive Behavioral Theory for Chronic Loneliness, in Journal of Consulting and Clinical Psychology, 88, 3, 2020, pp. 269 ss.

[9] Cfr. l’articolo «Umiliati e offesi» definisce gli anziani in questa pandemia lo psicogeriatra Marco Trabucchi. Molti non chiamano il 118 per paura di “sparire”. Le conquiste di anni di ricerca disconosciute in pochi giorni, in Fondazioneveronesi.it, 15 aprile 2020.

[10] SIAARTI, Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili, in SIAARTI.it (ultimo accesso 5 ottobre 2020).

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