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Aspetti antropologici e sociali della realtà contemporanea

Articolo di Francesco Provinciali.

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Gli scritti presentati in sequenza in questa rubrica sono il risultato di una riflessione sull’esperienza maturata dall’autore nella trattazione dei casi di conflitti o disagi genitoriali originati nel contesto familiare e considerati in sede di valutazione presso il tribunale per i minorenni.

Essi sono riconducibili alla previsione normativa di cui all’art. 317 bis c.c.[1] fino a quando questa materia era di competenza dei giudici minorili, per poi passare alla giurisdizione del tribunale ordinario, sezione famiglia.

Nel corso degli ultimi anni si sono intensificate e accresciute nel corpo sociale le situazioni conflittuali tra genitori non coniugati, rispetto alle modalità di separazione di fatto rapportata alla gestione dei figli, se presenti nel nucleo, fino a generare una sorta di condizione antropologica, emotiva, relazionale ricorrente e con molti aspetti di similitudine tra le diverse situazioni, ivi compresa la particolare condizione dei figli che sovente diventano oggetto di contesa, specie nella regolamentazione che riguarda l’affido (esclusivo, prevalente o – più frequentemente – condiviso).

Nel corso degli ultimi anni si sono intensificate e accresciute nel corpo sociale le situazioni conflittuali tra genitori non coniugati, rispetto alle modalità di separazione di fatto rapportata alla gestione dei figli […] fino a generare una sorta di condizione antropologica, emotiva, relazionale ricorrente

Si potrebbe affermare – sulla scorta delle situazioni valutate – che si è venuta a configurare una sorta di “categoria di status” nei figli contesi da parte di coppie conflittuali. Nel rapporto di coppia vengono a poco a poco ad affievolirsi le ragioni e le motivazioni dello stare insieme, potremmo definirle le regole dell’ingaggio di convivenza: ci sono difficoltà oggettive legate ad esempio a problemi economici, di lavoro, di presenza domestica ecc. Poi si sono condizioni soggettive esplicitate sul piano personologico e comportamentale, che tracciano vissuti e profili ricorrenti.

Ricomporre il dissidio è il primo tentativo esperito anche in sede di valutazione giudiziale: spesso tuttavia accade che le difficoltà relazionali nella coppia che si separa si acuiscono, crescono le incomprensioni e i punti di vista sono polarizzati, si finisce per vedere nel figlio (e nei figli) la ragione per far prevalere le proprie, differenti motivazioni. Capita infatti che i figli di una coppia in fase di separazione vengano “usati” in modo strumentale – pur se “in nome del preminente interesse del minore” –; non di rado questi bambini o adolescenti vengono quasi stritolati in una morsa dell’amore che diventa palese manifestazione di egoismo.

Capita […] che i figli di una coppia in fase di separazione vengano “usati” in modo strumentale – pur se “in nome del preminente interesse del minore” –; non di rado questi bambini o adolescenti vengono quasi stritolati in una morsa dell’amore che diventa palese manifestazione di egoismo

In genere i genitori in conflitto tendono ad appropriarsi in via prevalente o esclusiva della prole, non di rado usandola come testa d’ariete per sfondare il campo avverso. Proprio nella fase gestita dal giudice, che tende ad una regolamentazione dei rapporti tra padre e madre per la gestione del figlio, si manifestano i motivi di conflitto più apicali, per gestire i quali occorre molta pazienza e ragionevolezza: sulla base delle strategie di mediazione necessaria che devono essere esperite prima di arrivare ad una decisione in sede di camera di consiglio, è importante responsabilizzare i genitori sul fatto che, assumendo un atteggiamento mite e interlocutorio, può essere più facilmente raggiunto un accordo, evitando così che i minori subiscano uno stato di tensione emotiva che si riverbera, frequentemente, anche nella loro vita personale, ad esempio negli esiti scolastici.

Nella contesa emergono spesso richieste assurde e insostenibili, tendenti a colpevolizzare l’altro genitore e a dimostrarne l’incapacità, la cattiva condotta, il condizionamento negativo che un’eventuale nuova relazione affettiva potrebbe generare nella stabilità emotiva e nei riferimenti parentali dei figli. Se i genitori in lite si rendessero conto che possono essere loro stessi i protagonisti attivi di un accordo necessario rispetto alla gestione della prole faciliterebbero certamente una soluzione che, alla fin fine, si rivela una condizione necessitata dal compito di definire in ogni caso le modalità di esercizio di una genitorialità responsabile.

Nella contesa emergono spesso richieste assurde e insostenibili, tendenti a colpevolizzare l’altro genitore e a dimostrarne l’incapacità, la cattiva condotta, il condizionamento negativo che un’eventuale nuova relazione affettiva potrebbe generare nella stabilità emotiva e nei riferimenti parentali dei figli

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Possiamo ancora chiamare famiglia quel nucleo di persone che si ritrova a cena la sera, solitamente senza parlarsi, per poi appartarsi ciascuno per conto proprio a smanettare lo smartphone, consultare Internet, giocare con la Play Station, leggere la Gazzetta dello sport o portare il cane a fare pipì? Un tempo i figli sapevano cosa chiedere e aspettarsi distintamente dal padre e dalla madre, c’erano regole di convivenza, il regime domestico imponeva diritti e doveri più certi. Riprendendo il siparietto del dopo cena consideriamo gli adolescenti che escono di casa salutando furtivamente per dirigersi verso luoghi imprecisati: «esco con gli amici», «vado a fare un giro», «mi fermo a dormire dal tale».

Laconica e rassegnata la risposta dei genitori: «mi raccomando…!». Ma dove vanno i nostri ragazzi, chi frequentano, come trascorrono il tempo fuori casa, cosa bevono, fumano, assumono sostanze?

Solitamente se accade qualcosa di negativo lo si viene a sapere per vie traverse, tempo dopo: in famiglia non ci si parla più, il papà e la mamma sono riferimenti indistinti, in genere ci si accoda a chi dei due è più concessivo. Sempre ammesso che ci siano entrambi.

Ci sono nuclei familiari che si compongono e si scompongono con una mutevolezza che fissa fotogrammi diversi: «vivo con mia madre, il suo nuovo compagno e mia sorella. Il sabato e la domenica vengono i figli del compagno di mamma, tocca a lui, è il suo turno».

«Di solito sto con papà che però, avendo due figli del precedente matrimonio, va a trovarli quando la loro madre passa il weekend con il fidanzato dal quale aspetta un bambino».

«I nonni vorrebbero incontrarci ma la mamma è contraria perché dice che ficcano il naso nelle nostre faccende, allora loro hanno fatto ricorso al tribunale per vederci almeno una volta al mese».

Solitamente se accade qualcosa di negativo lo si viene a sapere per vie traverse, tempo dopo: in famiglia non ci si parla più, il papà e la mamma sono riferimenti indistinti, in genere ci si accoda a chi dei due è più concessivo. Sempre ammesso che ci siano entrambi

Sono situazioni che si riscontrano con una frequenza crescente. Quale stabilità emotiva possono ricavarne i minori? Come possono avere buoni risultati a scuola? Perché spesso sono inadempienti e perdono interi anni scolastici? Perché quando escono di sera stanno fuori fino alle quattro del mattino ed esprimono la mimica facciale e i tic di chi sniffa? Perché nei bagni della scuola si fotografano e poi si mettono in rete?

Da una ricerca della Bocconi risulta che il 23% dei ragazzi usa il cellulare in classe, durante le lezioni[2].

Perché compiono atti di bullismo, gesti estremi, giochi azzardati, insultano e offendono gli insegnanti, navigano in rete senza controlli fino a perdersi in quel buco nero del web da cui ritornano spesso malconci e rovinati?

Sono situazioni che si riscontrano con una frequenza crescente. Quale stabilità emotiva possono ricavarne i minori? […] Perché compiono atti di bullismo, gesti estremi, giochi azzardati, insultano e offendono gli insegnanti, navigano in rete senza controlli fino a perdersi in quel buco nero del web da cui ritornano spesso malconci e rovinati?

Quanto ai genitori ci sono coppie che si uniscono e si separano con una rapidità sconcertante, altre che mettono al mondo figli senza consapevolezza dei propri doveri, che riversano sulla scuola una valanga di rivendicazioni rispetto ad adempimenti che competerebbero a loro ma che non sono in grado di portare a termine.

La vita in generale, quella domestica “intramoenia” in particolare, assomiglia ad una sorta di casting mediatico, ci sono dissolvenze incrociate, controfigure di se stessi, pietose menzogne, giochi di simulazione e dissimulazione: sospesi a due spanne da terra si perde il contatto con la realtà, si passa con una disinvoltura sconcertante dalla minimizzazione di tutto all’iperbole dei superlativi assoluti.

Oltre alle difficoltà oggettive: economiche, di lavoro, il “non farcela più”.

Ci sono anche famiglie che si dicono felici ma, ricordando il celebre incipit di Lev Tolstoj in Anna Karenina – «Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo» – sovviene il dubbio guardandosi attorno che si tratti di una diceria che copre molte bugie, poiché l’infelicità è una malcelata sensazione dai mille volti, imperscrutabili.

La vita in generale, quella domestica “intramoenia” in particolare, assomiglia ad una sorta di casting mediatico, ci sono dissolvenze incrociate, controfigure di se stessi, pietose menzogne, giochi di simulazione e dissimulazione: sospesi a due spanne da terra si perde il contatto con la realtà

Il vero focus della vita sono gli affetti, questo lo si scopre quando è troppo tardi, perché siamo tendenzialmente evasivi, cerchiamo “altrove” la realizzazione del bisogno di comunicare, salvo cadere in siderali e inesplorabili solitudini.

Oggettivamente, impietosamente stiamo assistendo ad una lenta e progressiva disgregazione del nucleo familiare tradizionale. Fermo restando che l’obiettivo principale da perseguire per tutti coloro che istituzionalmente se ne occupano deve essere il mantenimento dell’unità della famiglia, con il supporto della mediazione e interventi di sostegno e assistenza sociale, non la sua dissoluzione, cresce il numero dei bambini e degli adolescenti collocati in comunità o presso famiglie affidatarie, previo rigoroso e necessario accertamento del loro preminente interesse, al netto di vicende vergognose di mercimonio dei minori che stanno emergendo e che descrivono squallide distorsioni della realtà e lavaggio dei cervelli. Si allarga e diversifica, esprimendo competenze articolate e complesse, il welfare sulle nuove generazioni.

Un tempo i figli vivevano in casa fino al servizio militare o al matrimonio: era una prassi, un passaggio di consegne. Adesso stanno a casa per indolenza, molti non terminano gli studi, altri rifiutano lavori che giudicano pesanti: come mi ha scritto Pupi Avati in uno scambio epistolare a margine di una intervista che mi ha rilasciato, «Li abbiamo nutriti di “risultati” senza costringerli al faticoso e doveroso percorso che avrebbero dovuto fare per ottenerli». Il Rapporto ISTAT 2019 certifica che il 56,7% dei giovani tra i 20 e i 34 anni vive in casa di almeno un genitore[3].

È la cd. generazione dei ragazzi NEET (Not Engaged in Education, Employment or Training): non studiano, non lavorano non cercano un’occupazione. Ma non sempre per colpa loro.

Il Rapporto ISTAT 2019 certifica che il 56,7% dei giovani tra i 20 e i 34 anni vive in casa di almeno un genitore. È la cd. generazione dei ragazzi NEET (Not Engaged in Education, Employment or Training): non studiano, non lavorano non cercano un’occupazione. Ma non sempre per colpa loro

Nelle famiglie dove le relazioni primarie non funzionano bambini e ragazzi hanno un rapporto rapsodico, regolamentato, calendarizzato con i loro genitori in crisi di rapporto, siano essi inadempienti per carenze affettive o conflittuali nel rapporto di coppia che si va sgretolando. Li vedono, li incontrano per poco tempo, a volte in spazio neutro, in modo osservato, sotto tutela. Dalla autoregolamentazione consapevole dei rapporti affettivi si passa a poco a poco alla loro eterodirezione, non di rado sotto la guida dei servizi sociali.

Si creano buchi neri, vuoti sentimentali, nostalgie che si dissolvono nel limbo sociale, svuotate di valori e riempite di rinunce, giustificazioni o rinvii.

In particolare si assiste ad un lento declino del ruolo genitoriale del padre: nei casi di conflitti di coppia di solito è lui la parte perdente rispetto alla gestione dei figli. Espunto dal nucleo, cacciato di casa anche se ne paga il mutuo, obbligato a versare una quota di mantenimento che a volte supera le effettive possibilità, capro espiatorio dei conflitti di coppia pur se tradito.

Si nota una decadenza del ruolo paterno secondo tre profili di considerazione:

  • sotto l’aspetto della presenza fisica, se rapportato a quello della madre spesso individuata come collocataria dei figli anche in regime di affido condiviso;
  • inoltre, vi è un’assenza simbolica intesa come “ruolo naturale, biologico” privato di uno status domestico e sociale;
  • infine, vi è anche un’assenza del principio normativo di autorità ed autorevolezza, a volte per non apparire autoritario, altre per demerito (sniffa, beve, si droga, spende i risparmi alle slot, cerca altre donne, è violento, si sottrae ai sui doveri genitoriali), altre ancora per un pregiudizio radicato nella società.

Ci sono anche situazioni dove le donne vivono la sindrome dell’ape regina: l’uomo è un “fuco” pro-tempore, da distruggere dopo la nascita di un figlio che diventa possesso esclusivo della madre.

A volte il padre paga il fio di uno stigma sociale non vero, poiché vi sono invece padri responsabili che ingiustamente espiano colpe che non hanno.

Si assiste ad un lento declino del ruolo genitoriale del padre: nei casi di conflitti di coppia di solito è lui la parte perdente rispetto alla gestione dei figli […]. A volte il padre paga il fio di uno stigma sociale non vero, poiché vi sono invece padri responsabili che ingiustamente espiano colpe che non hanno

Poi c’è il rovescio di questa medaglia, il fenomeno sociale spaventoso del femminicidio, anch’esso originato da una distorsione della figura maschile, nella quale prevalgono i tratti della violenza e della sopraffazione, del possesso del corpo e dell’anima della donna, fino alla sua distruzione fisica.

Cresce anche il numero dei minoricidi: un tempo esisteva il reato di “infanticidio per cause d’onore”. Ora che l’onore va scarseggiando prevalgono droga e alcol come fattori scatenanti.

Il maggior numero di queste distorsioni degli archetipi dell’uomo, del compagno e del padre nasce ed esplode tra le mura domestiche.

Cresce anche il numero dei minoricidi: un tempo esisteva il reato di “infanticidio per cause d’onore”. Ora che l’onore va scarseggiando prevalgono droga e alcol come fattori scatenanti

Assistiamo ad una escalation delle violenze sulle donne, dalla più tenera età fino a quella adulta: di pseudo-amore che diventa egoismo e sopraffazione, attraversando tutti i target sociali, infatti si tratta di una violenza di genere a prescindere dallo status di appartenenza, una caienna sociale infame ormai quotidiana.

Urge una decisa ribellione del mondo femminile contro gli abusi e le violenze di ogni genere: denunciare, interrompere un rapporto che diventa sopruso e possesso, avere il coraggio di chiudere subito e di lasciare, senza cadere nei tranelli del pentitismo ingannatore.

Servono pene certe e severe, sentenze esemplari; un femminicidio non può ammettere sconti di pena.

Ma prima bisogna ripartire dalla buona educazione sentimentale, a casa e a scuola.

Il mondo è cambiato anche sotto il profilo dei rapporti di coppia, degli amori fugaci e ingannatori: un segno dei tempi quanto mai brutale che richiede l’assunzione di una diffusa coscienza collettiva.

Un femminicidio non può ammettere sconti di pena. Ma prima bisogna ripartire dalla buona educazione sentimentale, a casa e a scuola

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[1] Il quale recita, nella sua attuale formulazione: «1. Gli ascendenti hanno diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni. 2. L’ascendente al quale è impedito l’esercizio di tale diritto può ricorrere al giudice del luogo di residenza abituale del minore affinché siano adottati i provvedimenti più idonei nell’esclusivo interesse del minore […]».

[2] Cfr. il Report Digitale sì, digitale no. Una ricerca per liberaci da pregiudizi e dipendenze, a cura di Dianora Bardi e Francesco Sacco, 2018/2019 (p. 47).

[3] ISTAT, Rapporto annuale 2019. La situazione del paese, p. 122.

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