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È sì vero che il mondo del diritto è un mostro che irrompe nel mondo della vita, ma che è anche vero che siamo sempre noi quelli che si muovono di qua e di là dal confine tra i due mondi, con i nostri desideri e con le nostre noie che vogliamo scrollarci d’addosso.

Il mondo del diritto fatto di riti, di formule che sono gravide di significato solo entro i suoi confini e che perdono ogni senso quando ne usciamo.

Possiamo girarci intorno quanto vogliamo, ma se c’è una cosa vera del diritto è che il diritto non esiste

Tutti ne parlano, tutti sono in grado di immaginarlo, tronfi insegnanti di diritto commerciale possono riempire lavagne di parole ricopiate con supina diligenza dal codice che tengono in mano, spalle alla platea; ma il fatto non cambia, perché tutto ciò dimostra l’esistenza del diritto tanto quanto dio è dimostrato dalla prova ontologica di Sant’Anselmo.

Dimostra, cioè, che esistono delle convinzioni sul diritto, magari ampiamente condivise, ma non dimostra nulla dell’esistenza dell’oggetto sul quale abbiamo convinzioni.

Il diritto, infatti, non può avere un’esistenza indipendente dalle nostre credenze perché è un oggetto del tutto concettuale e del tutto convenzionale. Cioè, in una parola: culturale

Persio Tincani, Identità e meraviglia. Cinque scritti brevi di diritto, politica e letteratura, L’Ornitorinco Edizioni, 2020, p. 10

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Leggi qui l’intervista a Persio Tincani, Riflessioni su droghe e antiproibizionismo (ovvero: non sempre il silenzio è d’oro), pubblicata sulla Rivista DPU

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