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Pubblichiamo qui un estratto, con nostra elaborazione, dell’intervista di Francesco Provinciali a Giuseppe Sabella (pubblicata sulla rivista Il Domani d’Italia, 27 luglio 2020)

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Giuseppe Sabella è ricercatore sociale e direttore di Think-industry 4.0. Collabora e ha collaborato con diverse testate – Il Sole 24Ore, Rai News, Il Sussidiario e Start Magazine – ed è commentatore economico per il TGcom24 di Mediaset. È inoltre autore di diversi saggi sui temi dell’industria e del lavoro tra cui Società aperta e lavoro (con Giulio Giorello, Cantagalli 2019), L’altra storia del sindacato (con Giuliano Cazzola, Rubbettino 2018), Fabbrica intelligente (introduzione di Carlo Stagnaro, Cantagalli 2018), Da Torino a Roma (introduzione di Giorgio Squinzi, Guerini e Associati 2015). Ha appena pubblicato il Suo ultimo saggio economico: Ripartenza verde – industria e globalizzazione ai tempi del COVID, editrice Rubbettino.

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Non vi è dubbio che l’industria sia la responsabile principale della crisi ambientale ma non vi è dubbio che essa sia anche il principale attore che può ripristinare un equilibrio nel nostro pianeta, per due ragioni:

1) perchè la digitalizzazione comporta una crescente e progressiva dematerializzazione dell’economia;

2) perchè la digitalizzazione rende l’industria sempre più indipendente dalle materie prime.

Secondo Andrew McAfee, capo ricercatore al MIT di Harvard, il progresso tecnologico ha cambiato pelle: computer, internet e tecnologie digitali ci stanno permettendo di dematerializzare produzioni e prodotti consentendoci di consumare sempre di più attingendo sempre di meno.

Dematerializzare significa, quindi, conseguire una riduzione dell’uso delle materie prime nell’economia e di aumentare la produttività delle risorse naturali per unità di valore. E il digitale costituisce il nuovo motore che rompe col paradigma dell’era industriale della macchina a vapore e dei suoi discendenti capaci di attingere dai combustibili fossili. Come siamo riusciti a ottenere di più con meno? Facciamo qualche esempio: nel 1959 la lattina della Coca Cola pesava 85 gr di alluminio, oggi pesa circa 10 gr; se consideriamo le automobili, i motori a combustione sono mediamente più piccoli del 40% rispetto agli anni ‘80; oggi in uno smartphone vi è il telefono, la calcolatrice, la macchina fotografica, la fotocamera, la radiosveglia, il registratore, il navigatore satellitare, la bussola, il barometro, etc. Tutto questo significa meno metallo, plastica, vetro, silicio rispetto ai dispositivi che sono stati rimpiazzati. Come si vedere, le nuove tecnologie e in particolare il digitale, ci stanno rendendo sempre più indipendenti dalla Madre Terra.

Il digitale ha introdotto un nuovo modello produttivo, soggetto ad un’evoluzione potente e velocissima, basato sul minor consumo di risorse.

Questo comporterà una trasformazione sociale, così come è avvenuto con l’affermazione della macchina a vapore. Essa, infatti, – come dice sempre McAfee – è stato il “primo grande balzo in avanti della storia dell’umanità”: pensiamo infatti allo sviluppo economico, demografico e sociale che ne è conseguito.

Oggi siamo dinnanzi al secondo balzo [della storia dell’umanità] e di questo non dobbiamo avere paura.

L’industria è stata e continua a essere il sistema tecnico più sofisticato che abbiamo inventato e sviluppato per coniugare le risorse della terra e il lavoro dell’uomo, quello fisico e quello intellettuale. È il più grande prodotto della scienza moderna.

Oggi siamo nel cuore della rivoluzione digitale, che è la rivoluzione dell’industria, quella che chiamiamo Industry 4.0.

Di fatto, non è l’ideologia a cambiare il mondo ma è la tecnica, perché questa è il vero contenitore in cui ricade la forma più alta di conoscenza: la tecnologia e le macchine non sono infatti nient’altro che idee della scienza in marcia, diceva Giorello.

Scienza e tecnica si fanno luce a vicenda, il loro rapporto è circolare, vive di continui riflessi. E così è sempre stato, soprattutto nell’antichità, quando ancor prima che l’uomo fosse in grado di porsi le domande fondamentali sulla propria esistenza, già era capace di creare strumenti tecnici, persino per formarne degli altri.

Ovviamente la significatività della crescita tecnico-scientifica non deve minimamente far dimenticare la riflessione etica sulla condizione umana: altrimenti, il successo tecnologico può diventare un idolo.

E di idolatria, diceva sempre Giorello, non abbiamo alcun bisogno. Queste sono le ragioni per cui dovremmo allontanarci da atteggiamenti ostativi all’innovazione, dovremmo seriamente caricarci sulle spalle il processo di trasformazione.

Questa è la nostra sfida, gestire la trasformazione. Che significa, lavoro, scuola, città, anziani… il digitale è pervasivo, ma siamo solo all’inizio: col tempo troveremo i giusti equilibri.

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Per leggere l’intervista completa, clicca qui.

 

 

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