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«Nel febbraio del 2014, la rivista Nature pubblica un editoriale […]. L’editoriale definisce innanzitutto l’addiction quale “malattia cronica recidivante che modifica le strutture e le funzioni del cervello” precisando come questa affermazione, almeno tra gli studiosi, non costituisca una particolare controversia.

[…] Tuttavia […], oltre un centinaio di studiosi e ricercatori da tutto il mondo […] si ritrovano nel contestare una visione unidimensionale dell’addiction […]. Secondo questi studiosi, la dipendenza non sarebbe semplicemente la conseguenza di un disfunzionamento del cervello (brain disfunction) e non sarebbe interpretabile escludendo le variabili sociali, psicologiche, culturali, politiche, legali ed ambientali […].

Nonostante sia evidente come ogni approccio non sia sufficiente a compendiare tutta la questione, la ricerca della conferma dei propri metodi e la difesa degli stessi è un vizio ed un peccato non nuovo nelle nostre discipline. Cosi come l’incapacità di contestualizzare, spesso connessa alla iperspecializzazione. Ed il caso delle addiction non fa eccezione.

[…] Abbiamo assistito nell’arco di ormai una cinquantina di anni (e forse più) ad un susseguirsi di modelli esplicativi (o meglio una successione di “bruschi salti epistemologici“) che pretendevano di spiegare il tutto, salvo poi venire superati da altri modelli, altre ipotesi, altri dati, altre intuizioni ed anche altre mode. […] Nel corso degli anni si [è] ricercata una diversa causa, un diverso colpevole, una diversa vittima, una diversa teoria esplicativa, una diversa soluzione. […] Possiamo osservare come si sia passati nel corso degli anni dal colpevolizzare la società, il tossicomane, la droga, la sua famiglia, l’educazione e così via, trovandoci ora nell’epoca del “blaming the brain” […].

Ecco allora come è necessario che anche noi clinici ci interroghiamo, al di là dei modelli, delle scuole e delle certezze rassicuranti, per ricostruire percorsi ed orizzonti in soggetti smarriti e catturati da schermi dominati da algoritmi, e cercare di cogliere che quello che appare come “risultato finale” – ovvero l’addiction, nella sua nichilista sclerotizzazione – nasconde in realtà una ricerca di senso.

[…] Forse è proprio nei limiti in cui ognuno dei modelli esplicativi finisce inevitabilmente per impattare che occorre immaginare un auspicabile superamento della dialettica tra scienza e senso. È necessario un cambiamento di livello logico. Un cambiamento che richieda una sorta di rivoluzione copernicana, dove anziché focalizzarsi sui risultati (sempre parziali) delle diverse discipline, ci si concentri sui Imiti delle stesse. È infatti partendo dai limiti con i quali le diverse discipline si scontrano, e valorizzando il contributo di altri approcci, che occorre immaginare un possibile superamento della dialettica tra scienza positivista ed approccio fenomenologico».

 

– Estratto da M. Croce, Tra neurofobici e neuromaniaci. Note sul Brain Desease Model of Addiction, in Dal fare al dire, numero speciale 2019, pp. 8 ss.

 

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