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Da una recente intervista al sociologo Vincenzo Cesareo:

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In questi anni è profondamente mutata la nostra idea di soggettività

Se da un lato, infatti, è vero che i processi e i cambiamenti avvenuti hanno sicuramente contributo a liberare le persone dal rischio della “gabbia d’acciaio” di weberiana memoria, offrendo a ciascun individuo un livello di libertà prima impensabile, è allo stesso tempo vero che questo affrancamento e questo “eccesso di libertà” sono alla base dei fondamentali problemi di senso che le persone oggi vivono e percepiscono sulla propria pelle.

Il postmoderno ha salutato questa nuova “condizione umana” come l’espressione della più grande emancipazione del soggetto, divenuto finalmente unico artefice della propria vita e libero di sperimentare continuamente con se stesso e con la ricerca della propria identità.

Ma l’identità stessa, come ha più volte sottolineato anche Z. Bauman, è divenuta un “bene di consumo”, destinato a durare per un breve periodo di tempo, fino a che verrà rimpiazzato da uno più convincente o semplicemente più “seducente”

Siamo diventati “consumatori di identità” e collezionisti di esperienze. A eclissarsi, in questa superfetazione della libertà, è la responsabilità.

La storia consente di riscontrare che spesso a grandi epidemie hanno fatto seguito rilevanti mutamenti politici, sociali ed economici. Anche in base a questi precedenti, si è diffuso il convincimento che “nulla sarà come prima” e quindi che le nostre società dovranno cambiare sotto molteplici profili, per ora non facilmente identificabili. In particolare, si auspica che l’angosciosa esperienza del Covid-19 dovrebbe fare maturare e diffondere il convincimento che apparteniamo tutti a una medesima umanità, che siamo tutti potenzialmente a rischio di contagi, che il benessere di ciascuno è sempre più connesso con quello degli altri vicini e lontani, che – per riprendere l’efficace espressione di Papa Francesco – siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo remare tutti assieme.

Insomma, la lezione che dovrebbe scaturire dall’esperienza diretta o indiretta del Coronavirus dovrebbe essere quella di imparare a diventare più umani e, forse, a rimettere in discussione il nostro modo di vivere pre-virus.

In particolare, va rimesso in questione quell’iperindividualismo tanto diffuso ai nostri giorni e che costituisce uno dei tratti distintivi, se non addirittura il principale, del narcisista, tutto centrato egoisticamente su se stesso e dove gli altri diventano rilevanti esclusivamente nella misura in cui servono e sino a quando servono, cioè in termini meramente strumentali, in base al principio “usa e getta”

Nello scenario qui delineato e auspicabile, dopo il tempo traumatico della pandemia, potrebbe seguire il tempo della rinascita all’insegna dell’“umanità ritrovata”, con tutto quanto ne conseguirebbe in termini di valorizzazione delle persone, di ogni persona indipendentemente dalla cultura, dall’etnicità, dalla posizione sociale, dall’essere nativo, immigrato o profugo, poiché tutti siamo sulla stessa barca che è il nostro mondo.

A tale scenario, ottimistico e auspicabile, è corretto però affiancarne un secondo nel quale il cambiamento provocato dal virus consisterebbe non nell’apertura umanitaria, ma nella chiusura a riccio. Pertanto, si palesa quindi il rischio che, come reazione al Coronavirus, si diffonda un altro tipo di virus, per l’appunto quello dell’egoismo a livello sia individuale sia collettivo.

Oltre a questi due opposti scenari, per completezza tipologica ne va aggiunto un terzo: quello in cui si prevede che, trascorso il periodo del virus, tutto cambi nel senso che nulla cambi. Una volta superata la paura e la crisi, l’impegno si concentra nel cercare a tutti i costi di ritornare alla vita di prima sforzandosi di dimenticare il Coronavirus, ritenuto un mero incidente di percorso, cioè una brutta parentesi della vita da cancellare quanto più possibile.

Solamente col trascorrere del tempo si potrà cogliere quale sarà il reale impatto del Covid-19 sulla nostra vita individuale e collettiva. Per ora si può soltanto ritenere che se prevarranno le persone che hanno ritrovato “l’umanità”, aumenteranno i valori di responsabilità e di solidarietà; se invece prevarranno quelli che hanno accentuato la loro chiusura egoistica, quei valori verranno drasticamente ridimensionati; infine, se prevarranno le persone che intendono riprendere la propria vita con le stesse modalità pre virus, sorgeranno non pochi problemi, in quanto la realtà sarà in qualche modo comunque mutata.

Ciò che è a rischio è, in definitiva, la solidarietà sociale

In una società dalla solidarietà precaria la ricerca del senso è “privatizzata”. E’ una ricerca sicuramente più faticosa, ma anche più esposta all’influenza di “nuove agenzie” del senso, come i media e il mondo del consumo. Da queste “agenzie” provengono modelli antropologici che definisco “minimalisti”, che rinchiudono lo stesso senso al ristretto orizzonte del presente, del “quotidianismo”, dello “spazio estetico” che ha preso il sopravvento sullo spazio etico.

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Leggi qui il testo completo dell’intervista di Francesco Provinciali a Vincenzo Cesareo, pubblicata ne Il Domani d’Italia, 1 giugno 2020.

 

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