«In un villaggio venne trovata uccisa una ragazza.

Le indagini condussero a incolpare il fabbro ferraio, il quale confessò di essere l’assassino.

I vecchi del villaggio, radunati in tribunale, lo condannarono a morte

e decretarono che venisse impiccato sulla pubblica piazza.

Ma alla vigilia dell’esecuzione il Borgomastro si accorse che l’assassino

era anche l’unico fabbro della comunità, che nessuno era in grado di sostituirlo

e che pertanto, a condanna eseguita, la comunità sarebbe ben presto rimasta senza attrezzi da lavoro.

Il Borgomastro convenne altresì che nel villaggio vivevano due sarti  

e che uno solo sarebbe stato sufficiente per i bisogni della popolazione.  

Decise quindi di sorteggiare un sarto che l’indomani sarebbe stato impiccato al posto del fabbro ferraio.

Così avvenne; la comunità continuò ad avere aratri, chiavi e coltelli

ed al contempo appagò, grazie al sacrificio sostitutivo,

la sua attesa di giustizia riparatrice del misfatto»[1].

 

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[1] Si tratta di un racconto popolare di origine ungherese citato da S. Freud, Il motto di spirito, Newton Compton, 1976, p. 212 e ricordato da G. Bonazzi, Colpa e potere. Sull’uso politico del capro espiatorio, Il Mulino, 1983, p. 25.

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Per ulteriori riflessioni sul tema, con particolare riferimento all’attuale contesto emergenziale dovuto alla pandemia da Covid-19, leggi anche l’articolo di Gabrio Forti, Coronavirus, la tentazione del capro espiatorio e le lezioni della storia, già pubblicato sul quotidiano Il Sole 24 Ore lo scorso 9 marzo e ripubblicato sulla Rivista DPU.

 

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