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Corte EDU, 1^ sezione, 6 febbraio 2020, Felloni c. Italia

Articolo di Vincenzo Giglio

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Sono intorno a me ma non parlano con me…
Sono come me ma si sentono meglio…
Frankie HI-NRG MC, Quelli che benpensano

 

Un giorno ordinario, un uomo ordinario fece una cosa ordinaria, guidare una macchina, ma un destino straordinario gli aveva dato appuntamento.

Le cose cominciarono a cambiare quando fu fermato per un controllo e peggiorarono quando, dopo l’alcol test, si scoprì che aveva bevuto.

Seguì un processo. L’uomo disse di essere innocente ma non fu creduto. Chiese le attenuanti generiche perché era incensurato ma non gli furono date perché essere incensurati non conta nulla.

Era un tipo caparbio e non si diede per vinto ma erano caparbi anche quelli che avevano in mano il suo caso. Fece appello e gli andò male, ricorse in cassazione e finì allo stesso modo.

Uno semplicemente caparbio si sarebbe fermato ma lui era MOLTO caparbio e se ne andò a Strasburgo.

Spiegò a quei giudici lontani che, quando si era trovato a parlare con i loro simili della Cassazione italiana, aveva chiesto loro una piccola cortesia, che spiegassero a lui e al mondo se era stato giusto negargli le attenuanti generiche applicando una legge che non c’era ancora quando il destino gli tese l’agguato.

E gli ricordò che i giudici di Roma lo avevano accusato di rimestare nel fatto – cosa scandalosa e volgare e massimamente proibita – e, proprio a causa di quella volgarità, si erano perfino rifiutati di fargli quella piccola cortesia. Ricorso inammissibile, avanti un altro, questo solo gli avevano detto.

 

Le cose, a questo punto della storia, si ingarbugliarono ancora di più.

Quelli di Strasburgo dovettero irritarsi non poco e lo si capisce dalle loro prime parole:

«La Corte rammenta che, sebbene i giudici non possono essere tenuti a motivare il rigetto di ogni argomentazione addotta da una parte (Ruiz Torija c. Spagna, 9 dicembre 1994, § 29, serie A n. 303-A), essi non sono tuttavia dispensati dal dover esaminare debitamente i principali motivi di ricorso che quest’ultima deduce e dal rispondervi (si veda, Moreira Ferreira c. Portogallo (n. 2) [GC], n. 19867/12, § 84, 11 luglio 2017). Se, per di più, questi motivi attengono “ai diritti e alle libertà” garantiti dalla Convenzione o dai suoi Protocolli – come il principio di non retroattività delle leggi penali più severe – i giudici nazionali sono tenuti ad esaminarli con particolare cura e rigore (Wagner e J.M.W.L. c. Lussemburgo, n. 76240/01, § 96, 28 giugno 2007, e Magnin c. Francia (dec.), n. 26219/08, 10 maggio 2012)».

 

Non bastò questo a placare il loro furore:

«nel respingere un ricorso, la giurisdizione d’appello può, in linea di principio, limitarsi a fare propri i motivi della decisione impugnata (García Ruiz c. Spagna [GC], n. 30544/96, § 26, CEDU 1999-I). Tuttavia, il concetto di processo equo richiede che una giurisdizione che abbia dato solo una breve motivazione alla sua decisione, incorporando le motivazioni fornite da una giurisdizione di grado inferiore o in altro modo, abbia effettivamente esaminato le questioni essenziali che le sono state sottoposte (Helle c. Finlandia, 19 dicembre 1997, § 60, Recueil des arrêts et décisions 1997 VIII, e Boldea c. Romania, n. 19997/02, § 30, 15 febbraio 2007). Nel caso di specie, occorre rilevare che la Corte di cassazione non ha in alcun modo risposto al motivo di ricorso del ricorrente relativo alla presunta applicazione retroattiva della legge n. 125 del 2008 al suo caso e al rifiuto dei giudici di merito di concedergli il beneficio delle circostanze attenuanti. La Corte osserva che la Suprema Corte si è limitata a dichiarare inammissibili tutti i motivi di ricorso addotti dal ricorrente in quanto erano volti a rimettere in discussione la versione dei fatti adottata dai giudici di merito. Tuttavia, la Corte non è convinta che la questione sollevata dal ricorrente nel suo motivo di ricorso n. 6 (paragrafo 11 supra) riguardasse una questione di fatto non rientrante nella competenza della Suprema Corte. Inoltre, nota che la decisione della Corte di cassazione non contiene alcun riferimento alla pena inflitta al ricorrente e, in particolare, alla legge applicabile in materia di circostanze attenuanti, che avrebbe consentito di rispondere, anche se solo indirettamente, alle doglianze dell’interessato circa la gravità della sanzione. Infine, poiché la questione controversa è stata sollevata per la prima volta dinanzi alla Corte Suprema, non si può ritenere che quest’ultima abbia incorporato i motivi addotti dalla giurisdizione di grado inferiore per dare fondamento alla sua decisione in modo compatibile con le esigenze dell’articolo 6 § 1 della Convenzione (si veda, a contrario, Helle, sopra citata, § 56, e Dobrescu c. Romania (dec.), n. 10520/09, § 51, 31 agosto 2010). La Corte ritiene che la questione della presunta applicazione retroattiva della legislazione in materia di circostanze attenuanti fosse uno dei principali motivi di ricorso addotti dal ricorrente e richiedesse pertanto una risposta specifica ed esplicita. In conclusione, la Corte ritiene che il ricorrente non abbia beneficiato di un procedimento che gli garantisse un esame effettivo delle sue argomentazioni o una risposta che gli permettesse di comprendere le ragioni del loro rigetto. Ne consegue che la Corte di cassazione è venuta meno al suo obbligo di motivare le sue decisioni relative dell’articolo 6 § 1 della Convenzione. Di conseguenza, vi è stata violazione di questa disposizione».

 

L’uomo MOLTO caparbio lesse queste parole e cominciò a pensare che forse, in fondo, al limite, la giustizia era cosa anche di questo mondo e non occorreva per forza tirare le cuoia per sapere:

a) se c’era un altro mondo;

b) se in quest’altro mondo c’era giustizia;

c) in caso, che tipo di giustizia si praticasse (aveva sentito racconti piuttosto raccapriccianti in proposito e qualche dubbio lo aveva).

 

Gli frullavano proprio questi pensieri in testa quando gli occhi gli andarono su poche righe, messe in mezzo a quella severa rampogna, quasi nascoste.

Erano queste:

«la Corte ha già avuto modo di sottolineare che la motivazione è finalizzata soprattutto a dimostrare alle parti che sono state ascoltate e, quindi, a contribuire ad una migliore accettazione della decisione (si veda, mutatis mutandis, Taxquet c. Belgio [GC], n. 926/05, CEDU 2010, 16 novembre 2010, § 91)».

 

Allora è questo, pensò. La piccola cortesia l’hanno fatta eccome quelli di Strasburgo.

Non a me però, asino che sono, ma a loro, a quelli di Roma, a quelli di tutta l’Europa.

Vi si chiede qualcosa? Parlate, diffondetevi, dimostrate attenzione e ascolto, e vedrete che ogni vostro volere sarà accettato.

La decisione? Chi la ricorderà più?

 

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