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Uno sguardo sull’uomo dal carcere di Howard County

Articolo di Silvia Bertesaghi

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Tutto è cominciato da una chiacchierata con un’amica, che mi ha raccontato dell’attività di volontariato in carcere che sua sorella Ilaria, suora comboniana, sta portando avanti da alcuni anni negli Stati Uniti, a Baltimore, nel Maryland».

Inizia così l’avventura di Silvia, che, spinta dalla curiosità, ha deciso di prendere contatti con Ilaria e, di lì a poco (era maggio 2019), di prendere un volo da Milano a Baltimore.

«Sono semplicemente partita, non sapevo esattamente che cosa sarei andata a fare lì», spiega. Né Silvia nutriva aspettative particolari: «ho cercato di non crearmene, di modo da andare incontro a quell’esperienza con una libertà personale e un’apertura verso gli altri più ampie possibili».

Giunta a destinazione, presso la comunità di suore che le hanno offerto ospitalità durante il suo soggiorno negli USA, Silvia ha saputo che avrebbe preso parte a un “servizio cattolico” – «così abbiamo scritto sui moduli che abbiamo dovuto riempire durante i numerosi controlli all’ingresso del carcere» – presso un istituto penitenziario situato a metà strada tra Baltimore e Washington.

All’epoca della sua costruzione, a fine ‘800, la “jail” poteva ospitare al massimo 12 detenuti; con il tempo, la struttura è stata progressivamente ampliata fino ad assumere i connotati dell’odierno Howard County Detention Center, con una capienza di circa 360 persone.

«Avevo già avuto modo, in passato, di recarmi in carcere. Sia durante gli studi universitari, sia soprattutto dopo, durante la pratica forense», racconta. Ma l’esperienza vissuta presso il carcere del Maryland è stato qualcosa di diverso da ciò che Silvia era abituata a vedere in Italia.

L’impatto con la struttura è stato forte fin da subito. «Ricordo di aver provato una sensazione quasi di soffocamento; i corridoi del penitenziario erano incredibilmente stretti e i locali molto meno spaziosi di quelli delle carceri italiane in cui ero stata», spiega.

E per quanto riguarda il contatto con i detenuti? «Se vuoi salutarli, incontrandoli nei corridoi, va bene, ma non possiamo fermarci a parlare con loro»; questa la raccomandazione formulata da Ilaria e dai volontari del Saint Matthew Prison Ministry, con i quali Silvia ha condiviso la propria esperienza.

Ricordo di aver provato una sensazione quasi di soffocamento; i corridoi del penitenziario erano incredibilmente stretti e i locali molto meno spaziosi di quelli delle carceri italiane in cui ero stata

Passati i controlli di sicurezza, Silvia e i volontari sono stati condotti dal personale penitenziario in una piccola stanza, nella quale di lì a poco avrebbero celebrato la messa, assieme ai detenuti. «L’ambiente era spoglio, ma noi avevamo portato tutto l’occorrente per la funzione e abbiamo cercato di rendere la stanza più accogliente, mentre attendevamo che arrivassero i detenuti», spiega.

C’è poi un dettaglio in particolare, di quella stanza, che Silvia ricorda con particolare chiarezza: la presenza costante di una guardia, al di là di un vetro che dava sul piccolo locale, intenta a osservare ciò che accadeva all’interno. «Ricordo di essermi chiesta, sul momento: resterà lì per tutto il tempo?».

E in effetti sì, la guardia è rimasta al suo posto per tutta la durata della celebrazione. «La sorveglianza era finalizzata ad assicurare che non ci fosse troppa vicinanza tra volontari e detenuti. Durante la messa, però, ci è stato permesso di sederci in mezzo a loro. In generale, nel contesto del servizio abbiamo avuto modo di stabilire un contatto con i detenuti e di scambiare qualche parola con loro».

Il tasso di partecipazione alla messa è generalmente alto, e non soltanto per motivi di credo religioso. Molti dei detenuti che prendono parte alla celebrazione, infatti, scelgono di farlo per poter mandare un messaggio ai familiari o, più semplicemente, per avere uno scambio con persone provenienti dall’esterno del carcere.

«Quando entravano nella saletta, i detenuti ricevevano una penna e un bigliettino su cui, formalmente, potevano scrivere un’intenzione di preghiera ma che, di fatto, diventava il modo per trasmettere i più svariati messaggi ai propri cari fuori dal carcere», racconta infatti Silvia. Messaggi che venivano poi raccolti dai volontari al termine della messa, senza alcun controllo da parte del personale penitenziario. «Mi è stato spiegato che, anche se in teoria non sarebbe consentito farlo, i volontari cercano, per quanto possibile, di recapitare i messaggi dei detenuti e rassicurare i familiari», spiega.

La messa, d’altra parte, è anche un’occasione di relazione: «fino a poco tempo fa venivano celebrati riti separati per gli uomini e per le donne; oggi, invece, due volte alla settimana viene allestita una messa unica per tutti», alla quale peraltro i detenuti partecipano attivamente, attraverso la lettura dei testi sacri, «che ognuno può ripetere nella propria lingua». Alla fine della celebrazione, viene poi lasciato uno spazio per le confessioni. Anche questa circostanza, spesso, diventa per il detenuto un’occasione di relazione, per scambiare qualche parola con il sacerdote o trasmettere, anche in questo caso, messaggi da veicolare all’esterno del carcere.

Il tasso di partecipazione alla messa è generalmente alto, e non soltanto per motivi di credo religioso. Molti dei detenuti che prendono parte alla celebrazione, infatti, scelgono di farlo per poter mandare un messaggio ai familiari o, più semplicemente, per avere uno scambio con persone provenienti dall’esterno del carcere

Quel che più ha colpito Silvia dell’esperienza vissuta a Baltimore è stata una profonda sensazione di contrasto tra l’intento – suo e delle altre persone impegnate nel servizio – di creare un clima accogliente e fraterno tra volontari e detenuti e un complesso sistema di regole e procedure interne al penitenziario che, inevitabilmente, rimarcavano di continuo la distanza e la “differenza” tra gli uni e gli altri. Fino quasi a generare una sorta di “disidentificazione” in capo sia ai detenuti sia, pur se in misura minore, ai volontari stessi.

«Ricordo che percepivo un certo disagio da parte dei detenuti, come un senso di inferiorità o una paura di essere giudicati, che era l’esatto opposto del messaggio che volevamo far passare noi». Il messaggio, cioè, dell’importanza dell’individuo in quanto tale, della centralità della dignità e della personalità si ciascuno, indipendentemente dal proprio comportamento o dal reato commesso.

Ad alimentare questo senso generale di perdita d’identità concorrevano diversi fattori.

Alla domanda «come ti chiami?» spesso i detenuti mostravano il bracciale con impresso il numero di matricola.

Anche l’abbigliamento contribuiva ad aggravare la situazione: «i reclusi indossavano le tipiche tute carcerarie americane, di colore diverso a seconda del reato commesso e dell’attività prestata in carcere». Bianco per chi lavora in cucina, blu per i soggetti in attesa di essere rimpatriati, «e poi c’era una ragazza, molto giovane, con una tuta verde, che mi disse che di lì a pochi giorni avrebbe potuto incontrare i suoi figli piccoli. Ricordo che era estremamente commossa ed emozionata per questo».

D’altra parte, il clima interno al penitenziario, fatto di procedure rigide e quasi intimidatorio, ha finito con l’influenzare anche l’atteggiamento dei volontari. «Hai la percezione di dover stare sempre attento a come ti muovi, come se fossi sempre sotto una lente di ingrandimento. Quello dell’uscita dall’edificio è stato un momento di vero sollievo», spiega Silvia.

Fortunatamente, però, non sono mancati neppure spiragli di umanità.

A tal proposito, Silvia ricorda un episodio riferitole da un’amica, anch’essa volontaria al carcere di Baltimore. «Mi disse che un giorno, durante le confessioni al termine della messa, un detenuto che aveva appena ricevuto il perdono dal sacerdote è scoppiato a piangere a dirotto. Istintivamente, la mia amica si è avvicinata e lo ha abbracciato. Altrettanto istintivamente, si è subito voltata verso la guardia, che, pur avendo visto ciò che stava accadendo nella stanza, ha deciso di allontanarsi per un istante, come per consentire a volontaria e detenuto di concludere quel momento».

Per quanto riguarda il futuro, Silvia vorrebbe tornare in America. «Quello che ho potuto vedere durante il soggiorno a Baltimore è un piccolissimo spaccato di realtà, legato a una situazione specifica. Ma com’è realmente la vita di quei detenuti, nel quotidiano? Mi piacerebbe vedere questo, ora».

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