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Articolo di Mario Iannucci e Gemma Brandi

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È piuttosto curioso. In questa Italia massacrata dall’epidemia di COVID-19 si assiste a fenomeni palesemente contraddittori.

Da un lato si canta sui balconi (con scarsissimo rispetto per le persone che transitano magari per strada, con il droplet salivare/respiratorio che cade in basso) e dall’altro lato si rapinano gli avventori dei supermercati. Da un lato si aprono le finestre per un plauso commosso e riconoscente agli operatori sanitari, dall’altro lato ci sarebbero avvocati che si propongono “gratuitamente” per fare causa ai medici e agli altri operatori della salute.

Noi crediamo che, da subito, occorra che tutti, in particolare i più illuminati tort-law men italiani, provino ad avviare qualche riflessione, misurata ma obiettiva, sulle eventuali responsabilità rintracciabili relativamente agli attuali esiti della pandemia in Italia. Esiti che appaiono disastrosi anche all’occhio del tanto vituperato “uomo qualunque”. Disastrosi, a meno che…

Crediamo che, da subito, occorra che tutti, in particolare i più illuminati tort-law men italiani, provino ad avviare qualche riflessione, misurata ma obiettiva, sulle eventuali responsabilità rintracciabili relativamente agli attuali esiti della pandemia in Italia

Parliamo allora di questi esiti. Li potremmo anche non considerare disastrosi. Fino ad oggi (29 marzo 2020) in Italia, di COVID-19 sono morte 10.023 persone. In prevalenza, ce lo dicono le statistiche ma lo potevamo ipotizzare fin dall’inizio (si veda la SARS 2002-2003), si tratta di soggetti fragili (anziani, con patologie pregresse…). Gli anziani, ce lo hanno addirittura preannunciato gli anestesisti/rianimatori, in una situazione di sproporzione fra domanda e offerta di posti – poiché non si può seguire la logica del first come, first served – nelle Terapie Intensive nemmeno vengono ammessi[1],: quando va bene ricevono delle terapie palliative e muoiono altrove.

Si può pensare che questa “rottamazione” dei fragili sia addirittura “salutare” per una società troppo vecchia. Qualcuno lo ha pensato anche in passato, magari non utilizzando il criterio anagrafico. D’altronde sembrano pensarla così coloro che propongono di riaprire tutte o quasi tutte le attività produttive, ovvero coloro che autorizzano l’uscita dei bambini per strada, per delle passeggiatine con mamme e babbi al seguito.

Aggiungendo, sottovoce, di affidare i bambini ai nonni una volta rientrati a casa, visto che i genitori devono andare a produrre (produrre ulteriore contagio). In questa ottica, di selezione “naturale” per arrivare a una immunità di gregge, le strategie e i risultati italiani possono senz’altro non apparire disastrosi. Con un’unica considerazione critica: ancora non sappiamo se l’immunità acquisita dopo avere superato l’infezione da SARS-Cov-2 sia permanente.

In questa ottica, di selezione “naturale” per arrivare a una immunità di gregge, le strategie e i risultati italiani possono senz’altro non apparire disastrosi. Con un’unica considerazione critica: ancora non sappiamo se l’immunità acquisita dopo avere superato l’infezione da SARS-Cov-2 sia permanente

Comunque, per valutare gli esiti nei diversi Paesi, sarebbe forse maggiormente proficuo esaminare ciò che sta accadendo in Paesi “analoghi” all’Italia. Uno di noi lo fa da diverso tempo e l’ultimo suo resoconto è di ieri[2], quando ha confrontato gli esiti attuali della pandemia in Paesi confrontabili (come popolazione e periodo di onset della pandemia; aggiungendovi la regione cinese dell’Hubei, dove la COVID-19 si è originata e dove, in ogni caso, il patogeno SARS-Cov-2 è stato isolato per la prima volta il 9 gennaio 2020).

Guardiamoli dunque tali esiti, aggiornando i dati al 28 marzo[3].

 

Italia

Superficie Totale: 302 072,84 km2

Popolazione Totale: 60 359 546 ab. (31-12-2018)

Densità: 199,82 ab./km2

Età media: 45 anni

Letalità: 44,7% (10.023 morti su un totale di 22.407 persone uscite dalla malattia, guarendo o morendo)

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Sud Corea

Superficie Totale: 100 210 km2

Popolazione Totale: 50 599 528 ab. (2016)

Densità: 343 ab./km²

Età media: 40,5 anni

Letalità: 2,9% (152 morti su un totale di 5.185 persone uscite dalla malattia, guarendo o morendo)

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Giappone

Superficie Totale: 377 975 km²

Popolazione Totale: 126 440 000 (stima) (2018)

Densità: 343 ab./km²

Età media: 46,5 anni

Letalità: 10,9% (52 morti su un totale di 476 persone uscite dalla malattia, guarendo o morendo)

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Hubei (Provincia della Cina con capitale Wuhan)

Superficie Totale: 185 900 km²

Popolazione Totale: 57 237 740 (2010)

Densità: 307,9 ab./km²

Età media: 36 anni

Letalità: 4,8% (3.182 morti su un totale di 65.747 persone uscite dalla malattia, guarendo o morendo)

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Il tasso di letalità[4] di una malattia epidemica infettiva come la COVID-19 – è ovvio e prevedibile – diminuisce col progredire dell’epidemia (per arrivare alla guarigione si impiega mediamente molto di più che per morire, specie se non si viene sottoposti a terapie intensive adeguate; la malattia, all’inizio dell’epidemia, colpisce prima le persone fragili e anziane; etc.). È in ogni caso evidente che il nostro elevatissimo tasso di letalità attuale, così come il numero assoluto dei “confirmed cases” (che rappresenta senz’altro una porzione, probabilmente assai minore, del totale degli infetti da SARS-Cov-2), sembra molto chiaramente parlarci di strategie disastrosamente perdenti adottate dai governanti italiani nel controllo di questa terribile pandemia (a meno che non emergano altri fattori locali e imprevedibili a darne ragione).

A noi che siamo medici, inoltre, appare del tutto evidente che il fatto di non avere dotato da subito (lo si sta facendo molto poco persino adesso) gli operatori sanitari di adeguati Dispositivi di Protezione Individuale (mascherine almeno FF-P2, occhiali molto protettivi, guanti e tute; che proteggono l’operatore ma proteggono anche i pazienti, poiché, ad esempio, non si può e non si deve visitare due pazienti con gli stessi guanti o con la stessa tuta, a meno che non si operi con tutti pazienti sicuramente infetti) ha non solo esposto drammaticamente tali operatori al rischio di contagio – oltre seimila infetti due giorni or sono – ma li ha anche resi degli involontari moltiplicatori del contagio.

Il fatto di non avere dotato da subito […] gli operatori sanitari di adeguati Dispositivi di Protezione Individuale […] ha non solo esposto drammaticamente tali operatori al rischio di contagio – oltre seimila infetti due giorni or sono – ma li ha anche resi degli involontari moltiplicatori del contagio

Chiamiamo allora in causa i tort-law men di tutta Italia e chiediamo loro: sono ravvisabili delle responsabilità individuali in coloro che, avendo precisi compiti di governance (specie sanitaria), non hanno adottato quei provvedimenti che avrebbero reso gli esiti italiani almeno paragonabili a quelli di altri virtuosi Paesi – perché ci sono anche diversi Paesi “viziosi” come noi – dove l’epidemia si è sviluppata in tempi e in condizioni paragonabili all’Italia? Siccome riteniamo che queste eventuali responsabilità si potrebbero ricercare, vorremmo che un risarcimento (almeno in termini economici: la responsabilità professionale dei sanitari ha talora anche risvolti penali, inimmaginabili per i “politici”) fosse corrisposto alle parti lese qualora la magistratura accertasse, alla fine dei giochi, che tali responsabilità vi sono state di fatto.

Chiamiamo allora in causa i tort-law men di tutta Italia e chiediamo loro: sono ravvisabili delle responsabilità individuali in coloro che, avendo precisi compiti di governance (specie sanitaria), non hanno adottato quei provvedimenti che avrebbero reso gli esiti italiani almeno paragonabili a quelli di altri virtuosi Paesi?

Cerchiamo, allora, di affidarci alla logica.

Con ogni evidenza non si dovrà e non si potrà chiamare in causa la responsabilità professionale degli operatori sanitari nella diffusione del contagio, poiché la responsabilità di non essere stati dotati di adeguati DPI non può ricadere su di loro. Ma la eventuale responsabilità professionale di coloro che avrebbero dovuto scientificamente prevedere (almeno in termini approssimativi, specie dopo l’iniziale diffusione nell’Hubei) gli scenari epidemiologico/infettivologici dello sviluppo pandemico, affidandosi a tecnici attendibili (non di quelli che hanno paragonato la COVID-19 a una “normale influenza”!) e adottando tutte le misure possibili, andrà accertata e costoro, se colpevoli, andrebbero a nostro avviso perseguiti e sanzionati. Anche di quei tecnici inattendibili, che diffondendo notizie fasulle – almeno per imperizia e imprudenza – hanno “autorizzato” dissennati comportamenti di diffusione del contagio, andrebbe a nostro parere accertata la eventuale responsabilità professionale.

La eventuale responsabilità professionale di coloro che avrebbero dovuto scientificamente prevedere (almeno in termini approssimativi […]) gli scenari epidemiologico/infettivologici dello sviluppo pandemico, affidandosi a tecnici attendibili […] e adottando tutte le misure possibili, andrà accertata e costoro, se colpevoli, andrebbero a nostro avviso perseguiti e sanzionati

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[1] Si veda, in proposito, il chiarissimo punto 3 delle “Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili”, pubblicate il 6. marzo 2020 dalla SIAARTI (Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva).
«3. Può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in TI. Non si tratta di compiere scelte meramente di valore, ma di riservare risorse che potrebbero essere scarsissime a chi ha in primis più probabilità di sopravvivenza e secondariamente a chi può avere più anni di vita salvata, in un’ottica di massimizzazione dei benefici per il maggior numero di persone. In uno scenario di saturazione totale delle risorse intensive, decidere di mantenere un criterio di “first come, first served” equivarrebbe comunque a scegliere di non curare gli eventuali pazienti successivi che rimarrebbero esclusi dalla Terapia Intensiva».
[2] M. Iannucci, L’azione e la responsabilità. Di chi?, in Persona e Danno, 28 marzo 2020.
[3] I dati sono tratti dal sito sulla diffusione della COVID-19 più attendibile e più usato, Coronavirus COVID-19 Global Cases by the Center for Systems Science and Engineering (CSSE) at Johns Hopkins University (JHU)
[4] Il tasso di letalità (o semplicemente letalità) si calcola sugli esiti di una determinata malattia. Fino ad oggi, in Italia, abbiamo avuto 10.023 deceduti e 12.384 guariti sul totale degli infetti/ammalati (dati della Protezione Civile Italiana). In totale abbiamo avuto 22.407 persone uscite dalla COVID-19 guarendo o morendo. Il tasso di letalità si calcola in questo modo: % delle persone decedute/totale degli esiti (guariti + deceduti). In questo caso: 10.023 x 100 / 22.407 = 44,07%

3 commenti

  1. Sono persuaso anch’io che il disastro sanitario che abbiamo davanti agli occhi abbia
    responsabilità di “sistema” è che i colpevoli debbano essere trovati tra coloro che il
    “sistema” hanno creato e scelleratamente gestito.
    Una sola curiosità.
    Voi calcolate il tasso di letalità come rapporto tra decessi e guariti e non tra decessi e casi.
    I casi a noi noti non sono ovviamente i casi totali reali ma solo quelli apparenti e stimare i
    casi totali reali come altri provano a fare è esercizio arbitrario.
    Quale è però la ratio del vostro calcolo?
    Scusate l‘ignoranza statistica – che tante volte rimprovero ai miei colleghi – ma credo sia
    importante capire

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  2. La letalità di una malattia (non di una infezione! Non tutti quelli che si infettano col SARS-Cov-2 ammalano di COVID-19; che ipocrita contraffazione, da parte della WHO (OMS), chiamare la malattia COVID-19 [COronaVIrusDisease-2019], mentre il virus è stato denominato con la malattia che determina: SARS-Cov-2 [Severe Acute Respiratory Syndrome da COrona Virus-2) si calcola sugli esiti di una malattia.
    Non si calcola sul totale degli infetti (o dei “confirmed cases”,come vengono chiamati dalla CSSE della JHU): non si sa quale esito avranno quelli che sono sì ammalati, ma non sono né morti, né guariti! Si calcola sugli esiti attuali, se una malattia è ancora in corso. Lo capisce anche un profano. Vale a dire: fra coloro che ammalano di quella malattia e ne escono (guarendo o morendo), qual’è la percentuale dei morti? Ovviamente, quando una epidemia infettiva come la COVID-19 comincia ad espandersi in una certa zona (in un Paese), la letalità è molto alta e non significativa (si muore più in fretta di quanto non si guarisca). Ma attualmente, in Italia, ci siamo stabilizzati da giorni su una letalità davvero altissima, superiore al 40%.
    Abbiamo cercato di spiegare, da molti giorni, che se non si controlla il contagio (contagiano soprattutto gli Operatori Sanitari privi di DPI, che vengono in contatto con gli ammalati, che sono massimamente contagianti; contagiano i ragazzi e i giovani paucisintomatici o asintomatici, che sviluppano molto meno frequentemente una vera malattia e, fino ai 24 anni, avevano, almeno nella precedente SARS-2002, una letalità dell’1 %).
    I nostri “disinformatori” del “sistema” queste cose non le dicono. Non vogliono allarmare, ma, soprattutto, non vogliono fare una pessima figura!
    Qualche giorno addietro, comunque, uno di noi ha dato atto alla Protezione Civile Italiana di fornire dati (a nostro parere) attendibili.
    Non tutte le Agenzie Governative degli altri Paesi forniscono (sempre a nostro parere) dati attendibili. In ogni caso la WHO (OMS) non ha dato alcuna precisa indicazione su come raccogliere i dati da fornire alla stessa WHO (OMS) (funziona meglio la CSSE della JHU). I “confirmed cases“, infatti, non si capisce bene cosa siano: sono i casi di malattia accertata (anche se paucisintomatica) oppure i casi di positività al tampone? In Italia, comunque, il tampone viene fatto quasi esclusivamente (a parte Vo Euganeo e Cologno) a coloro che presentano sintomi di COVID-19 e a coloro che sono stati a stretto contatto con i malati.
    I “confirmed cases“, quindi, sembrano essere pressoché sovrapponibili agli ammalati (ce lo auguriamo, almeno: se una simile letalità ci fosse fra tutti gli infetti, dovremmo davvero metterci le mani nei capelli).
    A tutta prima si ha l’impressione di essere in un Paese di dilettanti allo sbaraglio.
    Noi, il mese scorso, ci siamo procurati le maschere FF-P2 dal nostro carrozziere, fra le risate generali.
    Abbiamo provato a mettere in guardia i Colleghi attraverso la stampa medica, ma c’è una evidente “congiura del silenzio”. Non hanno capito che diffondere i dati reali serve a creare una diversa consapevolezza e una migliore capacità di affrontare questa guerra. Uno di noi, il 7 marzo, ha pubblicato un articolo dal titolo: Si vis salutem, para bellum.
    Tre giorni dopo Happy hours sui Navigli e pienone sulle piste da sci trentine!
    In tempi duri (e questi lo sono) occorre che i duri entrino in gioco. Anche i duri dell’informazione.

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  3. Chiarisco meglio il concetto di letalità, facendo ricorso al sito ufficiale del CSSE della JHU.

    Domenica sera, per l’Italia, il sito della CSSE riportava:

    Confirmed cases: 97.689
    Deaths: 10.779
    Recoverd: 13.050

    Quindi il numero totale delle persone uscite dalla malattia (guarendo o morendo) sono in Italia 23.829 (10.770 + 13.050).
    Infatti i casi attuali (tutti coloro che sono attualmente malati), secondo la Protezione Civile Italiana, sono: 97.689 – 23.829 = 73.860 **

    ** La Prot. Civile, sbagliando il calcolo, ne segnala 73.880!

    La letalità si calcola in questo modo (per l’Italia e per gli altri Paesi): numero dei morti x 100/numero totale degli esiti. Quindi: 10.779 x 100/23.829 = 45,2% (cresciuta rispetto al giorno prima!)

    Potete calcolare da soli la letalità per gli altri Paesi cliccando col mouse sul cerchio rosso relativo a quel Paese sulla mappa del sito: compare una finestra in alto a sinistra (oppure cliccate sulla lista dei Paesi sulla colonna sinistra e compariranno i dati di quel Paese).
    Non è molto difficile, ma quasi nessuno lo fa. Chissà come mai!

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